Leonardo Maria Del Vecchio, un patrimonio che pesa: liti, debiti e tutti i dossier aperti

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(Adnkronos) – Leonardo Maria Del Vecchio possiede sulla carta una delle maggiori fortune italiane. Ma, a quattro anni dalla morte del padre, quella ricchezza è diventata anche una fonte di vincoli, liti e debiti. La quota del 12,5% della cassaforte lussemburghese Delfin gli attribuisce indirettamente partecipazioni miliardarie in EssilorLuxottica, Generali, Mps e UniCredit. Non gli garantisce però né il controllo della holding né la libertà di utilizzare le azioni come garanzia. Nel frattempo, intorno al suo nome si sono accumulati dossier familiari, finanziari, giudiziari e reputazionali che rischiano di condizionare il progetto con cui vuole trasformarsi da erede a protagonista autonomo dell’economia italiana.
Leonardo Del Vecchio senior lasciò Delfin in parti uguali a otto eredi, ciascuno con il 12,5%. Lo statuto prevede maggioranze rafforzate per le decisioni principali: nessun erede può quindi imporre da solo una strategia e anche una coalizione di due o tre soci può non bastare. Delfin detiene il 32,4% circa di EssilorLuxottica, il 17,5% di Mps, il 10,1% di Generali e poco meno del 3% di UniCredit. La partecipazione posseduta da Leonardo Maria Del Vecchio vale indicativamente tra 5 e 7 miliardi di euro, a seconda che si consideri il prezzo negoziato per le quote dei fratelli o il valore patrimoniale lordo degli asset di Delfin. È una ricchezza enorme, ma non immediatamente liquidabile né liberamente utilizzabile come garanzia.
Il primo obiettivo di Leonardo Maria è stato intervenire sull’equilibrio tra gli otto eredi. I fratelli Luca e Paola hanno accettato di vendergli il loro 25% complessivo: l’operazione lo porterebbe al 37,5%, rendendolo il primo azionista di Delfin, ma senza il controllo assoluto. Parallelamente, Leonardo Maria ha contestato il trasferimento compiuto dalla madre Nicoletta Zampillo, pochi giorni dopo la morte del fondatore, di parte dei propri diritti su Delfin al figlio Rocco Basilico. Quest’ultimo ha a sua volta impugnato alcune decisioni assembleari favorevoli al trasferimento delle quote di Luca e Paola.
A giugno Leonardo Maria e Basilico avevano raggiunto un’intesa per ritirare le rispettive azioni legali. La tregua però non è stata formalizzata in maniera definitiva e l’assemblea di Delfin di fine giugno non ha sbloccato il passaggio del 25%. Leonardo Maria non ha partecipato alla riunione e il veto sul trasferimento è rimasto. Anche la possibile acquisizione dello 0,4% attribuito a Basilico è diventata un altro nodo: la partecipazione è stata valutata 149 milioni di euro, somma che Leonardo Maria dovrebbe reperire senza poter utilizzare come garanzia la sua quota originaria di Delfin.
La contrapposizione tra i fratellastri va oltre la lite tra gli eredi: è lo scontro tra due figure che Leonardo Del Vecchio aveva fatto crescere all’interno del gruppo e collocato, con modalità diverse, nel futuro della propria eredità. Il primo rivendica il ruolo di continuatore del nome e punta a diventare l’azionista più forte di Delfin; il secondo, protagonista della scommessa tecnologica sugli smart glasses, difende una quota che gli era stata attribuita dal fondatore e propone una strada opposta per sciogliere il nodo della successione.
Per liquidare Luca e Paola servono circa 10 miliardi di euro. Il primo progetto finanziario prevedeva un pacchetto complessivo vicino agli 11 miliardi: 10 miliardi per acquistare il 25% di Delfin detenuto dai due fratelli e circa un miliardo per rifinanziare esposizioni già esistenti. Tra gli istituti coinvolti nelle trattative erano stati indicati UniCredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole.
A complicare l’operazione, secondo la ricostruzione dello stesso Leonardo Maria Del Vecchio, è stato anche il risiko bancario italiano. In una lettera pubblicata a giugno, l’imprenditore ha scritto che “il finanziamento è finito nel pieno del risiko bancario italiano”, in una fase in cui gli stessi soggetti potevano trovarsi, a seconda dell’operazione, nella posizione di finanziatori, società partecipate, controparti o potenziali acquirenti. Una sovrapposizione che avrebbe fatto emergere, nelle sue parole, “questioni di sostenibilità e allocazione del rischio”. Del Vecchio ha comunque escluso che vi fossero rapporti impropri tra il finanziamento richiesto e le partite del consolidamento bancario.
Il prestito si è però arenato soprattutto sulle garanzie. Lo statuto non consente a Leonardo Maria di impegnare liberamente il 12,5% di Delfin già in suo possesso, mentre avrebbero potuto essere date in pegno le quote acquistate da Luca e Paola. Le banche avevano quindi chiesto il sostegno della holding attraverso una lettera di patronage: in caso di insolvenza, Delfin si sarebbe impegnata a riacquistare le partecipazioni di Leonardo Maria per circa 10 miliardi, evitando l’ingresso degli istituti nel capitale. Il consiglio di amministrazione della holding ha però respinto la richiesta.

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