Classe 1949, figlio di una famiglia di lavoratori, Mario Moccia comincia a fare il sindacalista da giovanissimo. A Roma, negli anni ’70. Per le strade si consumano le violenze rosse e nere, sono gli anni della «strategia della tensione». Lui si avvicina agli ambienti di Lotta Continua ed entra nel Partito Comunista. Lo fa senza mai togliersi la giacca, come chi entra in una casa da cui sa che andrà via presto. «Troppo gerarchico il Pci». Ragazzo sensibile alla giustizia sociale ma refrattario alla Scuola delle Frattocchie, non può che trovare collocazione nel più liberare Garofano Rosso. Al Partito Socialista, di cui oggi è segretario provinciale, rimane legato per tutti i suoi 46 anni di consigliere comunale, i più lunghi mai eguagliati da un amministratore. 46 anni di storia italiana e locale che Moccia osserva ininterrottamente dalla medesima visuale: quella del suo scranno nel parlamentino di Castelvenere. Quando vi fu eletto la prima volta, il 9 giugno 1980, al governo c’era Francesco Cossiga, al Quirinale Sandro Pertini e sulla panchina della nazionale Enzo Bearzot. Altri nomi, altra Italia. E altra Campania. Presidente della regione era il gaviano Ciro Cirillo, che cinque mesi dopo il tragico terremoto del 23 novembre venne rapito dalle Brigate Rosse e rilasciato solo dopo ben note intercessioni.
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