Roma, 18 mag. (Adnkronos) – Dopo sei anni consecutivi di deficit pluviometrico, i primi mesi del 2026 portano un recupero significativo. Ma l’indice di siccità biennale – segnala l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale (Aubac) – resta negativo e l’estate è alle porte. L’estate scorsa 285 comuni dell’Italia centrale non avevano acqua sufficiente. Succedeva mentre il Paese — già impoverito del 19% nella disponibilità idrica rispetto al trentennio 1921-1950, secondo Ispra — guardava con sollievo le piogge di gennaio. Ecco il nodo: l’ultimo aggiornamento quadrimestrale dell’Osservatorio climatico dell’Aubac certifica un’anomalia pluviometrica del +132% a gennaio 2026 rispetto alla media 1991-2020. Un numero che sembra risolutivo ma che – segnala l’Autorità – “non lo è” dal momento che sei anni consecutivi di siccità — dal 2020 al 2025, anomalia media annua del -10,4% — non si cancellano in novanta giorni di pioggia.
“Questo Distretto viene da anni di sofferenza idrica. Per cinque anni consecutivi abbiamo gestito condizioni di severità idrica media e in alcune aree alta, con conseguenze concrete sui prelievi idropotabili, sull’irrigazione, sui livelli di laghi e falde, sulle portate dei fiumi» ricostruisce Marco Casini, Segretario Generale dell’Aubac. Parole che descrivono un problema radicato ben oltre le oscillazioni meteo stagionali — un problema che a scala nazionale ha visto la percentuale di territorio colpita da siccità estrema crescere del 120% negli ultimi vent’anni rispetto al cinquantennio precedente.
Presi da soli, i numeri del primo quadrimestre 2026 farebbero tirare un sospiro di sollievo. La pioggia cumulata distrettuale tra gennaio e aprile: 445 millimetri, il 40% sopra la climatologia di riferimento. Volume complessivo: 18,8 chilometri cubi, 5,4 dei quali in surplus. L’infiltrazione potenziale — la frazione che raggiunge davvero le falde — ha segnato +130% a gennaio e +81% a febbraio di quest’anno. Per la prima volta dopo anni le mappe di severità idrica hanno cambiato colore, dall’arancione al giallo su quasi tutto il territorio. Ma basta allargare l’inquadratura perché il quadro si rovesci.
«Se guardiamo all’anno idrologico, da ottobre 2025 ad aprile 2026, la cumulata distrettuale è sostanzialmente in linea con la climatologia, con un’anomalia di appena due-tre punti percentuali» precisa Casini. Tradotto: dopo un autunno disastroso — ottobre 2025 a -47%, dicembre a -51% — il surplus invernale ha riportato il sistema alla normalità statistica. Non al recupero. Alla normalità. Punto. Il Lazio, che a gennaio segnava un +194% e a febbraio un +101%, chiude i sette mesi dell’anno idrologico con un misero +3%. L’Umbria è in deficit del 10%. Solo l’Abruzzo registra un surplus significativo, +18%.
Poi è arrivato aprile. Un mese che ha frenato tutto con brutalità, spaccando la geografia in due tra versante tirrenico e versante adriatico. Meno 34% di pioggia a scala distrettuale, con punte di -70% sul Lazio, -68% sull’Umbria, -63% sulla Toscana. Sopra, un’anomalia termica di +2,41 gradi sull’intero Distretto, con punte oltre +3 gradi di anomalia mensile nelle aree interne tra Reatino e Perugino. Il caso laziale è da manuale sulla velocità con cui un vantaggio idrico può evaporare: dal +88% del trimestre gennaio-marzo al +46% del quadrimestre. Quaranta punti persi in trenta giorni.
«Marzo e aprile hanno frenato il recupero, in particolare sul versante tirrenico. Il Lazio è passato dal +88% del trimestre al +46% del quadrimestre, l’Umbria registra già a maggio il primo trend di peggioramento del quadro idrologico» dettaglia Casini. L’indice Spei a 24 mesi — quello che misura il deficit strutturale accumulato — segnava un -1,46 a fine 2025, siccità severa. Al 30 aprile 2026 è risalito a -0,87. Meglio, certo. Ma ancora siccità moderata. Cinque mesi di recupero non hanno chiuso il ciclo.


