Roma, 12 ott. (Adnkronos Salute) – Il tumore del fegato più comune, l’epatocarcinoma (Hcc), è una delle neoplasie più difficili da trattare. I sintomi si manifestano quando è già in fase avanzata e, nel 90% dei casi, si sviluppa da un fegato cirrotico. La gestione di 2 gravi patologie concomitanti richiede terapie efficaci e tollerabili che non peggiorino la funzionalità epatica residua. “Un regime immunoterapico, ‘Stride’, costituito da una singola dose di tremelimumab con durvalumab seguita da durvalumab in monoterapia, è in grado di offrire una ‘spinta’ alla risposta immunitaria. Questo innovativo approccio di ‘priming immunitario’ ha evidenziato risultati a lungo termine nel trattamento di prima linea di pazienti con epatocarcinoma avanzato non resecabile, stabilendo nuovi parametri di riferimento: un paziente su 6 è vivo a 6 anni. E, per la prima volta dopo 2 decenni, può cambiare il paradigma di cura anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio. ‘Stride’, in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa (Tace), ha infatti ridotto del 30% il rischio di progressione di malattia”. Sono i contenuti di un media tutorial sulle nuove frontiere del trattamento del tumore del fegato – informa una nota – promosso oggi a Milano da AstraZeneca.
“Nello studio Himalaya, che ha coinvolto quasi 1.200 pazienti con epatocarcinoma avanzato o non resecabile, il regime Stride ha consentito di ottenere una sopravvivenza a 5 anni del 19,6%, come pubblicato su ‘Journal of Hepatology’. La sopravvivenza a 6 anni ha raggiunto il 17,1%, un dato mai riportato prima in uno studio di fase 3 in questo stadio di malattia”, spiega Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica all’Humanitas University e responsabile dell’Uo di Oncologia epatobiliopancreatica all’Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano. “Si tratta di una percentuale doppia rispetto a sorafenib, standard di cura al momento dell’avvio dello studio – continua – La qualità di vita è stata salvaguardata, con un buon profilo di tollerabilità, molto importante per pazienti fragili, perché molto spesso sono colpiti anche da cirrosi e richiedono terapie a lungo termine”.
L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, a febbraio 2024 ha approvato la rimborsabilità del regime Stride in prima linea nell’epatocarcinoma avanzato o non resecabile. “Lo studio internazionale Di-Real – illustra Rimassa – ha convalidato la solida efficacia di Stride nella pratica clinica quotidiana, con una sopravvivenza globale mediana di 23 mesi. Anche il profilo di sicurezza era paragonabile. Un’ulteriore conferma della riproducibilità della robusta efficacia di Stride nel ‘mondo reale’ viene dallo studio Lor-Hcc, un’analisi retrospettiva di dati da 12 centri in Lombardia. Inoltre, i dati dello studio Sierra – precisa – supportano la fattibilità e gestibilità del regime Stride anche in pazienti con epatocarcinoma e caratteristiche prognostiche sfavorevoli, una popolazione generalmente sottorappresentata negli studi registrativi e con un rilevante bisogno clinico insoddisfatto. Il profilo di sicurezza complessivo è stato considerato gestibile, nonostante la complessità clinica della popolazione arruolata”.
Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 12.600 nuovi casi di tumore del fegato. “È un organo che si ammala in modo ‘silenzioso’ – afferma Fabio Piscaglia, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Bologna e Direttore della Medicina Interna, Malattie epatobiliari e Immunoallergologiche dell’Irccs-Aou di Bologna – L’infiammazione protratta nel tempo determina un danno che si manifesta solo dopo decenni ma, quando appare, di solito è irreversibile. Per questo è fondamentale identificare subito la causa dell’infiammazione, prima che vi sia una compromissione della funzione epatica. I principali fattori di rischio dell’epatocarcinoma – avverte – sono le infezioni da virus dell’epatite B e C, sindrome metabolica, abuso di alcol, malattie genetiche e autoimmuni. L’epatocarcinoma presenta elementi peculiari che lo distinguono dalla maggior parte dei tumori solidi, pertanto la sua gestione è estremamente complessa. Innanzitutto, la prognosi dipende non solo dallo stadio del tumore, ma anche dalla funzione epatica residua. La presenza e la severità della cirrosi condizionano la scelta terapeutica. Inoltre, i trattamenti per la cirrosi epatica sottostante giocano un ruolo non secondario nella prognosi. Infine – osserva l’esperto – la disponibilità di numerose terapie, che trovano indicazione in differenti momenti evolutivi della neoplasia e che sono di competenza di specialisti diversi, rende indispensabile la discussione in ambito multidisciplinare, che comprenda competenze epatologiche, chirurgiche, oncologiche, radiologiche, ma anche diabetologiche e trapiantologiche”.
“Circa il 30% dei pazienti con epatocarcinoma è eleggibile per l’embolizzazione transarteriosa – sottolinea Irene Bargellini, professore associato di Radiodiagnostica, dipartimento di Scienze chirurgiche, Università di Torino – La chemioembolizzazione transarteriosa è una procedura di radiologia interventistica utilizzata nel trattamento dell’epatocarcinoma, in particolare nei pazienti non candidabili a chirurgia o ablazione percutanea e in stadio intermedio. L’efficacia locale del trattamento è elevata, con percentuali di controllo di malattia che possono superare l’80%, dopo uno o due cicli. Tuttavia si assiste frequentemente a una ripresa locale di malattia, pari a circa il 50% in un anno, o alla comparsa di nuove lesioni. Inoltre, le procedure Tace ripetute rischiano di compromettere la funzionalità epatica. Pertanto, la ricerca si sta concentrando sulla possibilità di potenziare l’efficacia della Tace attraverso la combinazione con altri trattamenti, tra cui la duplice immunoterapia”.
“Il regime Stride ha dimostrato risultati significativi anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio, cioè con malattia limitata al fegato, non resecabile e candidata a chemioembolizzazione, che rappresenta da più di 20 anni lo standard di terapia per questi pazienti”, evidenzia Sherrie Bhoori, epatologa, Unità di Chirurgia oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di fegato diretta da Vincenzo Mazzaferro alla Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.

