Il funerale dell’Occidente può attendere: il libro di Paolo Messa contro il declinismo

79

(Adnkronos) – C’è un genere intellettuale che in Occidente non passa mai di moda: annunciare la fine dell’Occidente. Cambiano le cause, cambiano i rivali, cambiano persino i secoli, ma il necrologio, ingiallito e un po’ strappato, resta appiccicato al tabellone arrugginito del paese. All’inizio del Novecento era Oswald Spengler a diagnosticare il Tramonto dell’Occidente; negli anni Settanta erano lo shock petrolifero e la stagflazione; negli Ottanta il Giappone; dopo il 2008 la crisi finanziaria; oggi la Cina, la polarizzazione, il debito, l’invecchiamento demografico, la guerra, il disordine internazionale. A ogni passaggio, il paziente sembra definitivamente spacciato. E a ogni passaggio, più o meno malconcio, continua a presentarsi alla visita successiva.
È da questo paradosso che parte Paolo Messa in L’Occidente è vivo. W l’Occidente. Per sfatare la retorica del declinismo, appena pubblicato da Rubbettino. Non nega le sue crisi, ma si oppone alla trasformazione della crisi in destino, del problema in decadenza, della vulnerabilità in prova di un irreversibile esaurimento storico. D’altronde il declinismo non è più soltanto una diagnosi, ma un linguaggio attraverso il quale interpretiamo quasi automaticamente il mondo.
Messa vuole rovesciare l’illusione ottica: le democrazie sembrano più fragili degli autoritarismi proprio perché mettono in scena continuamente la propria fragilità.
La democrazia discute, protesta, indaga, denuncia. Espone la corruzione, racconta i fallimenti, pubblica statistiche sgradevoli, processa i governanti, lascia che giornali e opposizioni trasformino ogni crepa in una notizia. L’autoritarismo fa esattamente il contrario: nasconde la crepa e fotografa il muro. “L’Occidente non è in crisi perché discute i propri problemi: discute i propri problemi perché è vivo”.
Un’autocrazia può apparire straordinariamente efficiente in un determinato momento. Può costruire infrastrutture rapidamente, imporre una scelta industriale, comprimere il conflitto, orientare capitali e società. Il problema è ciò che accade quando sbaglia. In una democrazia l’errore genera opposizione, informazione, elezioni, cambiamenti legislativi, talvolta governi nuovi. In un regime chiuso può essere invece protetto dalla stessa struttura di potere che lo ha prodotto. Il rumore democratico non è necessariamente il rumore di una macchina che si rompe; può essere quello di una macchina che si aggiusta mentre continua a funzionare.
Viene alla mente On Freedom di Timothy Snyder, uscito nel 2024, “Freedom involves recognizing that you’re wrong”: la libertà comporta la capacità di riconoscere il proprio errore. La superiorità rivendicata dal modello aperto non è nell’essere immune dall’errore, ma nell’avere costruito istituzioni che permettono di identificarlo, contestarlo e correggerlo.
Messa vuole puoi spostare lo sguardo dall’ossessione per una sola grandezza: la quota di Pil mondiale.
Naturalmente quella quota è diminuita. Sarebbe strano il contrario, dopo l’ingresso di miliardi di persone nell’economia globale e l’ascesa di Cina, India e altri grandi Paesi. Ma Messa sostiene che scambiare la riduzione del peso relativo per declino assoluto significa guardare al XXI secolo con strumenti ottocenteschi.

articolo precedenteA Roma festeggiati i 10 anni di Cisambiente
prossimo articoloIacovone (Bip): “Dopo Pnrr mantenere velocità e puntare su Ai”