Pazienti in tempi di guerra, Berardi (Aiom): “123 milioni sfollati senza cure e prevenzione”

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Erice (Trapani), 19 set. (dall’inviata Francesca Filippi Adnkronos Salute) – “I numeri raccontano una realtà difficile da ignorare. Nel 2024, 123 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dei 65 conflitti in corso nel mondo. Per chi vive una guerra, però, non significa soltanto perdere la propria casa e la sicurezza: spesso significa anche perdere l’accesso alla salute, alla prevenzione e alle cure” Così all’Adnkronos Salute Rossana Berardi, presidente eletta Aiom e direttrice della Clinica oncologica dell’Università Politecnica delle Marche-Aou delle Marche, traccia un bilancio delle Giornate dell’Etica Aiom (Associazione italiana oncologia medica) che si concludono oggi a Erice, in provincia di Trapani, quest’anno sono dedicate a “Guerra, salute globale e oncologia”.
“Questi numeri parlano da soli – spiega Berardi – perché abbandonare la propria abitazione significa spesso abbandonare anche la possibilità di curarsi, di partecipare a programmi di prevenzione e screening e di ricevere diagnosi e trattamenti per le malattie oncologiche”. La guerra può compromettere la salute in modo diretto, attraverso la distruzione delle strutture sanitarie, ma anche in maniera più indiretta e prolungata. In Ucraina, ricorda Berardi, “quasi 3.000 strutture e infrastrutture sanitarie sono state colpite. In Siria, invece, tra circa 5.000 pazienti con tumore del polmone, la diagnosi è arrivata in uno stadio avanzato nel 70-80% dei casi”.
Il problema è particolarmente rilevante in oncologia perché il momento in cui un tumore viene diagnosticato può influenzare in modo decisivo le possibilità di cura. “Non abbiamo ancora dati epidemiologici sufficienti per stabilire con certezza quale sarà l’impatto complessivo della guerra sui sistemi sanitari e sulla vita delle persone – sottolinea la presidente eletta di Aiom – ma è certo che lo stadio della malattia rappresenta uno dei principali fattori prognostici. Diagnosticare un tumore in una fase più avanzata riduce inevitabilmente le possibilità di guarigione e aumenta significativamente il rischio di morte”.

Non solo le conseguenze immediate. Gli effetti della guerra sulla salute, secondo Berardi, non si esauriscono con le emergenze e le ferite provocate dai combattimenti. Possono infatti protrarsi per anni, compromettendo prevenzione, diagnosi e continuità delle cure. “Questi dati ci hanno portato a riflettere non soltanto sull’impatto immediato della guerra e sulla devastazione che provoca – afferma l’oncologa – ma anche sulle conseguenze a lungo termine. Un conflitto determina inevitabilmente un mancato accesso alle cure, alla prevenzione e alla possibilità di guarire dalle malattie”. A questo si aggiungono le conseguenze ambientali. “Se guardiamo il problema in un’ottica One Health può avere ripercussioni enormi sull’inquinamento dell’aria, del suolo, delle acque e delle falde acquifere” aggiunge.
Il concetto di One Health considera la salute umana strettamente collegata a quella degli animali e dell’ambiente. “In questo quadro, la guerra può quindi lasciare una traccia che va ben oltre la durata dei combattimenti, attraverso la contaminazione ambientale e la compromissione dei sistemi sanitari”. E sul nodo “cure che si interrompono”, Berardi non ha dubbi: “l’impatto sulla salute è già visibile durante i conflitti”. E ricorda il caso di un paziente oncologico ucraino arrivato nella sua clinica di Ancona all’inizio della guerra. “Il problema era proprio l’accesso alle cure: l’ospedale militare nel quale veniva seguito era stato bombardato e, attraverso un corridoio umanitario, è stato possibile portarlo ad Ancona. Un intervento che ha consentito a quel paziente di proseguire le cure, ma che non può rappresentare una soluzione per tutti”.
“Questo è potuto succedere per alcuni pazienti, ma inevitabilmente non per tutti – osserva Berardi -. È proprio questa disuguaglianza nell’accesso alle cure a rappresentare uno dei nodi etici sollevati durante le Giornate dell’Etica. E sul rischio di un impatto sanitario che durerà nel tempo per ora, sottolinea Berardi, “non è possibile quantificare con precisione quanto i conflitti attuali incideranno sulla salute delle popolazioni negli anni a venire. Ma alcuni meccanismi sono già noti: quando prevenzione, screening, diagnosi e trattamenti vengono interrotti o ritardati, aumenta il rischio che le malattie vengano individuate quando sono più difficili da curare. Non abbiamo elementi per trarre conclusioni più ampie ma di certo non si tratta soltanto di un impatto sulla salute futura: riguarda anche la salute presente”.

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