Roma, 15 giu. (Adnkronos Salute) – “La possibilità di utilizzare l’immunoterapia in prima linea ha modificato in modo sostanziale il percorso terapeutico del tumore dell’endometrio, soprattutto nei casi di malattia avanzata e metastatica, dando una chance terapeutica fondamentale in pazienti che prima erano considerate avere una prognosi tendenzialmente molto negativa”. Così Stefano Uccella, ordinario e direttore Uoc Ginecologia e Ostetricia Università di Verona, commentando i risultati a lungo termine e nella pratica clinica di dostarlimab nel trattamento del tumore dell’endometrio.
Dal punto di vista clinico, l’arrivo dell’immunoterapia ha modificato profondamente il percorso terapeutico “soprattutto nei casi avanzati e metastatici – sottolinea Uccella – offrendo una chance concreta a pazienti che in passato avevano prognosi sfavorevole. La possibilità di utilizzare l’immunoterapia in prima linea ha modificato in modo sostanziale il percorso terapeutico. La chirurgia, tuttavia, mantiene un ruolo centrale perché consente la rimozione della malattia e la definizione delle caratteristiche biologiche e molecolari del tumore, fondamentali per individuare i sottogruppi più sensibili ai trattamenti immunologici. Sono inoltre in corso studi che valutano l’impiego dell’immunoterapia prima dell’intervento con l’obiettivo di ridurre il volume tumorale e rendere possibili interventi meno demolitivi”.
Un punto di svolta è rappresentato dai risultati dello studio Ruby che hanno dimostrato come l’aggiunta dell’immunoterapia alla chemioterapia migliori non solo la sopravvivenza libera da progressione ma anche la sopravvivenza globale, in particolare nei tumori con instabilità dei microsatelliti. “Oggi una quota crescente di pazienti ottiene risposte più durature nel tempo – evidenzia Uccella -. Nella pratica clinica questo si traduce in una maggiore possibilità di mantenere attività personali familiari e lavorative e in un cambiamento concreto dell’evoluzione della malattia”.
In questo scenario diventa sempre più rilevante la centralizzazione delle pazienti in centri hub ad alto volume. La crescente complessità terapeutica richiede infatti competenze multidisciplinari che comprendono profilazione molecolare biomarcatori indicazioni all’immunoterapia e integrazione con chirurgia e radioterapia.
“Nei centri ad alto volume è possibile offrire una reale presa in carico multidisciplinare – spiega Uccella – evidenziando come “questo approccio consente decisioni più appropriate e personalizzate con un impatto positivo anche sugli esiti chirurgici e sulla riduzione delle complicanze. I centri di riferimento svolgono inoltre un ruolo chiave nella ricerca clinica e nell’accesso alle terapie innovative all’interno delle reti oncologiche. Non è una questione solo organizzativa ma un modo concreto per migliorare qualità delle cure, appropriatezza delle decisioni e risultati oncologici. Il modello ideale è quello della rete oncologica, in cui il centro hub rappresenta il riferimento per la definizione della strategia terapeutica e per i casi più complessi, mantenendo al contempo una stretta collaborazione con le strutture territoriali per garantire continuità assistenziale e prossimità delle cure”.
Guardando al futuro, le prospettive riguardano un’ulteriore evoluzione del ruolo dell’immunoterapia. “È ragionevole aspettarsi la sua introduzione anche in fasi sempre più precoci della malattia – aggiunge l’esperto – indicando tra le direttrici di sviluppo anche le combinazioni con farmaci antiangiogenici e terapie target”. Un ambito di interesse riguarda anche le pazienti giovani che desiderano preservare la fertilità: in casi selezionati l’immunoterapia potrebbe contribuire a ridurre il ricorso all’isterectomia. “L’evoluzione delle strategie terapeutiche porterà – conclude Uccella – a una sempre maggiore integrazione tra chirurgia diagnostica molecolare e terapie sistemiche all’interno di percorsi personalizzati costruiti sulla biologia del tumore oltre che sulla sua estensione”.



