Roma, 5 giu. (Adnkronos Salute) – Presentati al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) 2026 i risultati finali dello studio Proteus di fase 3, i quali hanno mostrato che il trattamento con apalutamide, inibitore del recettore degli androgeni sviluppato da Johnson & Johnson, associato alla terapia di deprivazione androgenica (Adt), somministrato per sei mesi prima e dopo l’intervento chirurgico per il tumore della prostata, porta a un miglioramento significativo dei principali esiti clinici a breve e lungo termine, rispetto al placebo associato ad Adt, nei pazienti con malattia localizzata ad alto rischio o localmente avanzata.
“Per molti pazienti con carcinoma prostatico localizzato ad alto rischio, la sola chirurgia può non essere sufficiente a prevenire le recidive e la progressione della malattia; per questo motivo, un numero non trascurabile di questi pazienti può sviluppare nel tempo una forma più avanzata della malattia – afferma Alberto Briganti, ordinario di Urologia presso l’università Vita-Salute San Raffaele, vicedirettore dell’Istituto di Ricerca Urologico (Uri) e direttore del Programma di Chirurgia robotica del Dipartimento di Urologia dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano -. I risultati dello studio Proteus indicano la possibilità di un cambiamento che può rivoluzionare la pratica clinica, a sostegno di un approccio terapeutico perioperatorio che integri apalutamide al trattamento chirurgico a fini terapeutici, con un potenziale di miglioramento degli esiti a lungo termine e la possibilità di ridefinire la gestione dei pazienti con malattia localizzata aggressiva”.
“La chirurgia (prostatectomia radicale) rappresenta l’approccio di scelta nel trattamento del tumore prostatico localizzato o localmente avanzato; nei pazienti con malattia aggressiva o localmente avanzato – commenta il Comitato direttivo della Società italiana di urologia (Siu) – l’approccio multimodale innovativo che unisce chirurgia e apalutamide rappresenta un ulteriore passo avanti in questa direzione, riducendo in modo significativo la persistenza di malattia a livello locale ed il successivo rischio di metastasi”.
Lo studio, che ha raggiunto gli endpoint primari – informa una nota di Johnson & Johnson – ha mostrato che i pazienti trattati con apalutamide e Adt hanno una probabilità nove volte maggiore di presentare residui tumorali minimi o assenti al momento dell’intervento rispetto a quelli sottoposti alla sola Adt (8,9% vs 1% di risposta patologica completa e malattia residua minima). La combinazione ha portato inoltre a una riduzione del 20 per cento del rischio di sviluppare metastasi o di morte e a prolungare di oltre sei anni il periodo in cui i pazienti non necessitano alcuna terapia per trattare il tumore. I dati sono stati pubblicati dal The New England Journal of Medicine.
L’intervento chirurgico di asportazione della prostata (prostatectomia radicale) è, insieme alla radioterapia – si legge – uno dei trattamenti standard per i pazienti con malattia localizzata ad alto rischio o localmente avanzata. Quasi la metà dei pazienti sottoposti a un intervento chirurgico a scopo terapeutico mostra un ritorno del tumore, rendendo necessari ulteriori trattamenti e superando il punto oltre il quale è possibile una guarigione dalla malattia.5,6 Le terapie aggiuntive vengono spesso utilizzate solo dopo che il tumore si è diffuso, perdendo così la possibilità di intervenire tempestivamente e migliorare gli esiti a lungo termine.
“I dati dello studio Proteus riflettono l’impegno di Johnson & Johnson nel migliorare gli esiti clinici dei pazienti in tutte le fasi del percorso terapeutico per il tumore della prostata. La nostra ambizione è quella di continuare a portare avanti lo sviluppo di terapie per le prime linee di trattamento, dove è maggiormente possibile modificare il decorso della malattia – commenta Henar Hevia, Ph.D., Senior Director, Emea Therapeutic Area Head, Oncology, Johnson & Johnson -. Integrando la chirurgia con approcci sistemici innovativi, come apalutamide in associazione con ADT, contribuiamo a promuovere una strategia terapeutica più proattiva, adattata alle diverse esigenze dei pazienti e volta, in ultima analisi, a garantire risultati più duraturi”.


