Cni: “Rischio idrogeologico? Non solo fondi, da liberi professionisti ‘serbatoio competenze’ a cui gli enti locali dovrebbero maggiormente attingere”

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Roma, 12 mag. (Labitalia) – Previsioni ed esperienze per una governance efficace delle politiche di tutela del territorio. Questa la sintesi della terza Giornata nazionale della prevenzione e mitigazione del rischio Idrogeologico evento organizzato dal Consiglio nazionale degli ingegneri con il Consiglio nazionale dei geologi e la Fondazione Inarcassa. “L’aver consolidato una giornata annuale – ha affermato Angelo Domenico Perrini, presidente del Cni – dedicata alla prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico non è un esercizio celebrativo ma il riconoscimento che esiste un tema sul quale non ci si può permettere un’attenzione intermittente. Tuttavia, devo riconoscere che il Paese non è rimasto fermo. Negli ultimi anni gli stanziamenti per il contrasto al dissesto sono cresciuti in misura significativa, è cresciuta l’attenzione politica anche perché è cresciuta la attenzione della pubblica opinione sulle conseguenze dei cambiamenti climatici progressivamente più rilevanti; sono perciò stati avviati piani e programmi, è stata istituita una Commissione Parlamentare di inchiesta dedicata ed è in discussione un disegno di legge, accolto da noi con grande interesse. Eppure, le condizioni di rischio del nostro territorio continuano a peggiorare, molte opere finanziate non arrivano a cantierizzazione. E’ chiaramente un problema di governance cui possiamo rispondere soltanto se l’intero sistema si sforza di fare squadra e lavorare insieme. Questo è, in fondo, il senso più autentico di una giornata come quella di oggi”.
Fare squadra grazie ovviamente alla competenza professionale degli ingegneri riconosciuta dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, che intervenendo si è detto tranquillo “con 21 mila ponti, viadotti e gallerie da gestire e da osservare; so che al Ministero in Ferrovie dello Stato, in Anas e in tutti i comparti del trasporto che lavorano con il Ministero ci sono professionisti, tecnici, ingegneri, architetti e geologi”.
“Il piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici – ha ricordato – non è un piano astratto che si risolve in una pubblicazione che leggeranno in cinque, ma sono tavoli di lavoro che fra le altre cose stanno identificando le priorità delle reti”.
“Questa mattina – ha affermato – abbiamo 1300 cantieri aperti sulla rete ferroviaria nazionale. Mi dispiace se qualcuno ogni tanto arriva con qualche minuto di ritardo, l’alternativa sarebbe non avere questi 1300 cantieri aperti e fra due anni avere la rete ingessata e bloccata”. Una serie opere infrastrutturali ha sottolineato il ministro: “Non possiamo promettere miracoli, ma stiamo spendendo fino all’ultimo centesimo i soldi delle tasse per provare a prevenire e a mitigare il dissesto del territorio del Paese che ha più ponti, viadotti e gallerie di tutto il resto dell’Unione Europea”.
“Mi sono scelto – ha affermato – un Ministero non particolarmente rilassante, però mi piacciono le sfide e devo dire che in questi tre anni e mezzo ho incontrato tra i professionisti persone di assoluta eccellenza. Sono arrivato al Ministero in cui incontravo più avvocati che ingegneri, fortunatamente con il passare del tempo ho preso a frequentare più ingegneri che avvocati. Con massimo il rispetto per la professione forense, se il Ministero dei lavori pubblici è bloccato in contenziosi più che impegnato in progettazioni vuol dire che qualcosa non funziona”.
“I cambiamenti climatici in atto – ha spiegato in un videomessaggio il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin – con gli impatti che determinano sul territorio, rendono ancora più cogente la necessità di intervenire per la sua messa in sicurezza. Il Governo non ha fatto, né farà mai mancare le risorse economiche che servono. La programmazione degli interventi per il 2026 vale oltre 300 milioni, che si sommano alle risorse precedenti. Ma i temi sono di straordinaria importanza: sono quelli della governance, della gestione dei cantieri, quello dello sviluppo delle tecnologie. Su quest’ultimo punto ricordo il progetto Sim, che è il nostro nuovo sistema integrato di monitoraggio. Vorrei ricordare che tra le potenzialità del SIM vi è anche il supporto al monitoraggio conoscitivo, a scopo di allerta per frane, alluvioni, fenomeni siccitosi, attraverso un’integrazione di dati anche satellitari e rilievi morfologici. Si potranno quindi realizzare modelli previsionali tra i più avanzati, che sono fondamentali per quelli gli interventi che voi seguite”. Il ministro ha poi ricordato che “il Mase lavora alla definizione del gemello digitale del suolo italiano, per riuscire ad approfondire la conoscenza, che è imprescindibile per la sua tutela, tutela anche dai fenomeni idrogeologici che vi ho citati prima. Sono strumenti fondamentali che vanno accompagnati a una forte capacità di governance. Ogni azione deve quindi portare a snellire, a velocizzare i procedimenti, non a scapito della trasparenza: solo così noi riusciremo a raggiungere gli obiettivi. In quest’ottica va letta ogni azione condotta dal Governo per semplificare un po’ il sistema, rafforzando al contempo i poteri dei Presidenti di Regione, in qualità di commissari. Questo è stato un passaggio per vincere la sfida del dissesto, che ahimè i mutamenti climatici rendono più difficile”.
“Servono – sottolinea – competenze tecnologiche, velocità d’azione e, per far diventare i progetti cantieri e queste ultime opere compiute, dobbiamo essere anche capaci di prevedere. Ritengo che la posizione di geologi e ingegneri, che vivono da vicino quotidianamente e nel merito tecnico la vita di un cantiere e tutta la sua complessità come progetto, sia fondamentale per poter andare avanti”.
“Se continuiamo ad inseguire le emergenze – ha chiarito Alessandro Morelli, sottosegretario di Stato, con delega al Cipess – non andiamo lontano. Dobbiamo invece capire qual è l’approccio che vogliamo applicare e quali sono gli obiettivi comuni. Impostiamo il nostro ragionamento senza presupposti ideologici, saranno i tecnici a decidere sugli aspetti specifici. L’auspicio è che il percorso di transizione che viviamo anche come ruolo dell’uomo nell’ambiente sia non solo parte di noi ma una pratica, come vediamo in molti giovani”.
“Questa Giornata – ha dichiarato Roberto Troncarelli, presidente del Cng – nata per discutere di un tema che negli ultimi mesi è stato sempre all’ordine del giorno, contribuisce a tenere alta l’attenzione da parte dei politici e dei tecnici. La giornata nasce dall’esigenza di individuare soluzioni concrete per la governance del territorio. In questa prospettiva, l’imprevedibilità non può più essere considerata un alibi. La cultura scientifica deve assumere un ruolo centrale ed essere messa al servizio delle istituzioni, per contribuire in modo efficace alla sicurezza del territorio. Al fine di far fronte ad una disarmonica governance e di facilitare le scelte dei decisori politici, bisogna puntare al coordinamento tecnico interdisciplinare. Vanno affinati gli strumenti attraverso la pianificazione territoriale, il completamento delle carte tematiche e il piano urbanistico integrato. Facciamo in modo che questi elementi trovino una degna destinazione, questo è l’obiettivo della Giornata”.
“Noi professionisti dell’area tecnica – ha ribadito Andrea De Maio, presidente di Fondazione Inarcassa – siamo la prima barriera contro i rischi. Grazie alla ricerca, l’aggiornamento continuo, l’applicazione rigorosa delle norme e delle buone pratiche progettuali siamo conoscenza e consapevolezza. Il nostro ruolo è quindi duplice e strategico: da una parte, operiamo come protagonisti nella realizzazione tecnica degli interventi; dall’altra, possiamo contribuire a costruire percorsi di partecipazione, comunicazione e condivisione con le comunità, perché ogni azione di prevenzione sia sostenuta anche da una consapevolezza collettiva. Crediamo nella centralità della cultura tecnica come bene comune e nella necessità di rendere disponibili strumenti che facilitino interventi progettuali sostenibili, replicabili e capaci di contribuire alla prevenzione. Oggi investiamo in prevenzione circa un settimo di quanto spendiamo per le emergenze. La cultura della prevenzione deve permeare ogni aspetto per essere davvero strategica”. 
Pino Bicchielli, presidente Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano, ha ricordato che “La commissione sta terminando la sua relazione. Chiuse le audizioni e i sopralluoghi, siamo stati a Niscemi, ai Campi Flegrei e a Petacciato in Molise. Oggi parliamo di 680mila frane attive nel Paese. La commissione si è immediatamente attivata nella razionalizzazione della burocrazia proprio per evitare quanto già discusso in questa giornata: diverse competenze locali che non riescono a spendere le risorse che pure ci sono. Il problema è ancora una volta culturale, per poter rendere efficace la prevenzione. Dopo 19 legislature per la prima volta c’è una commissione che si occupa solo di questo, c’è quindi una reale attenzione. Serve tuttavia un approccio che faccia convergere tutte le figure e gli enti preposti verso la stessa direzione. In un paese come il nostro ha bisogno di tanti geologi e ingegneri ad esempio, cioè di conoscere il territorio”.
“La tutela della vita – ha ricordato Elena Sironi componente 8a Commissione permanente Senato della Repubblica Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione – non ha colore politico ed è auspicabile un’azione coordinata di tutte le forze politiche. Come M5S, il governo Conte aveva stanziato 14 miliardi euro fino al 2030, con la prevenzione, la semplificazione e il monitoraggio come principali direttrici. Abbiamo recuperato quanto avviato con l’esecutivo Conte, vanno sollecitate anche le Regioni affinché possano rispondere in tempi utili all’Ispra, che mappa tutto il territorio per verificare lo stato di dissesto o di recupero”.
Per Mauro Rotelli, presidente 8a Commissione permanente Camera dei Deputati Ambiente, territorio e lavori pubblici “le attività di contrasto al dissesto sono una grande occasione per modernizzare anche le infrastrutture del nostro Paese: non c’è colore politico su questo, non deve esserci. La scorsa legislatura abbiamo votato interventi collegati ancora al terremoto de L’Aquila, c’è quindi la necessità di razionalizzare e attuare la cabina di regia. Anche sugli investimenti di prevenzione, é fondamentale incrementarli rispetto agli interventi emergenziali di ripristino”.
I saluti istituzionali sono stati completati dagli interventi di Eros Mannino (capo del Corpo Nazionale dei VV.F.), Paola Pagliara (direttore dell’Ufficio Previsione e Prevenzione della Protezione Civile), Maria Alessandra Gallone (presidente Ispra) e Filippo Cappotto (vicepresidente del CNG). Nella mattinata si sono svolte, con la moderazione del giornalista RAI Gianluca Semprini, due tavole rotonde. La prima è stata dedicata all’analisi dei modelli di previsione del rischio ed ha visto la partecipazione di Francesca Bozzano (docente di Geologia applicata Università degli Studi di Roma La Sapienza), Emanuela Piervitali (responsabile Sezione climatologia Ispra) e Alessandro Trigila (responsabile sezione Sviluppo e coordinamento dell’Inventario dei fenomeni franosi in Italia Ispra). La seconda tavola rotonda ha affrontato, invece, le criticità specifiche nella gestione del rischio nel territorio. Sono intervenuti Costantino Azzena (segretario generale Autorità di Bacino della Sardegna), Marina Colaizzi (Segretario Generale Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi orientali), Alessio Colombi (componente Gruppo di lavoro sul dissesto idrogeologico del Cni), Luigi Ferrara (capo Dipartimento Casa Italia) e Giuseppe Travia (direttore Generale per la sicurezza del suolo e dell’acqua Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica).
I lavori della sessione mattutina, terminati con la presenza di Massimo Sessa (presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici), sono continuati con diversi altri interventi, tra cui quelli di Carlo Cassaniti (presidente dell’Ente di Previdenza e Assistenza Pluricategoriale), Felice Monaco (presidente Coordinatore della Struttura Tecnica Nazionale) e Mauro Uniformi (coordinatore della Rete delle professioni tecniche). Sono seguiti altri due panel su esperienze a confronto e riforme normative in atto, con la partecipazione di Alessandro Morelli (sottosegretario di Stato Presidenza del Consiglio dei Ministri), Pino Bicchielli (presidente Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano, sull’attuazione delle norme di prevenzione e sicurezza e sugli interventi di emergenza e di ricostruzione a seguito degli eventi calamitosi verificatisi dall’anno 2019), Mauro Rotelli (presidente 8ª Commissione permanente Camera dei Deputati – Ambiente, territorio e lavori pubblici) e Elena Sironi (componente 8ª Commissione permanente Senato della Repubblica – Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione tecnologica), oltre alla presentazione del Libro bianco sul dissesto idrogeologico e le infrastrutture di trasporto di Ansfisa. Le conclusioni sono state a cura di Domenico Condelli (consigliere Cni).
L’evento è stata anche l’occasione per fare il punto della situazione idrogeologica del Paese e delle misure messe in atto dal governo. Non migliora il quadro di rischio legato al dissesto idrogeologico nel nostro Paese, anzi le situazioni di emergenza si moltiplicano rendendo difficile trovare il ‘bandolo della matassa’ e lasciare spazio ad un piano per la prevenzione. Negli ultimi anni si è considerevolmente ampliato il perimetro del territorio a rischio frana, specie quello delle aree a maggiore pericolo. L’incremento rispetto al 2021 è del 15%, secondo le ultime analisi dell’Ispra, tale per cui le aree a rischio frana passano dal 20% al 23% della superficie totale nazionale. Più di 5 milioni di abitanti sono sottoposti a rischio frana e quasi 7 milioni di abitanti sono a rischio alluvione. E’ quanto emerge dalla Nota a cura del centro Studi Cni e del Centro Studi Cng, resa nota oggi in occasione della terza Giornata nazionale della prevenzione e mitigazione del rischio Idrogeologico evento organizzato dal Consiglio nazionale degli ingegneri con il Consiglio nazionale dei geologi e la Fondazione Inarcassa.
Il quadro climatico risulta egualmente complesso ed appare ormai inutile negare che l’acuirsi ed il moltiplicarsi dei fenomeni di dissesto è legato all’incremento di eventi climatici estremi e all’alternarsi, sempre più frequentemente, di piogge torrenziali concentrate in un breve arco temporale ad ondate di calore estremo, tali per cui si generano effetti naturali di impermeabilizzazione del terreno che favoriscono sia fenomeni franosi gravi che allagamenti con effetti talvolta distruttivi. Nel mese di gennaio 2026, in alcune aree del Mezzogiorno, in 72 ore è caduta una quantità di pioggia pari a quella che mediamente, nella medesima stagione, si distribuisce nell’arco di tre mesi.
Negli ultimi 10 anni in Italia le temperature sono aumentate mediamente di 0,44 gradi centigradi, ma nelle aree urbane più estese l’incremento è stato di 1 grado centigrado. La recente frana di Niscemi, in Sicilia, e quelle in Abruzzo, a Silvi, e in Molise, a Petacciato, ricordano non solo l’estrema fragilità del territorio italiano ma anche l’efficacia ancora contenuta delle politiche di contrasto al dissesto idrogeologico, nonostante i molti sforzi messi in campo. Eppure in questi anni il Paese non è stato fermo rispetto all’aggravarsi delle situazioni di dissesto del territorio.
Negli ultimi 5 anni sono stati stanziati in media 1,8 miliardi l’anno per interventi di contrasto al dissesto idrogeologico in Italia, a fronte di una media annua di 777 milioni di euro nel periodo compreso tra il 2010 ed il 2019. Tra il 2020 ed il 2025 i finanziamenti disponibili hanno superato 11 miliardi di euro, pari al 52% degli stanziamenti contabilizzati negli ultimi 26 anni.

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