(Adnkronos) – Al Centro Studi americani si è svolta la presentazione di West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East, il libro con cui Mohammed Soliman prova a ridefinire una delle categorie più consolidate (e, secondo lui, più obsolete) della geopolitica contemporanea.
Non è stato un evento ordinario. Intorno allo stesso tavolo si sono ritrovati Giampiero Massolo e Alessia Melcangi in una prima parte, e poi Karim Mezran, Gabriele Natalizia, Nicola Pedde e Mario De Pizzo, moderati da Flavia Giacobbe, insieme ad accademici, diplomatici e analisti tra i più attenti osservatori del Mediterraneo allargato. Un parterre chiamato a misurarsi con una provocazione intellettuale capace di mettere in discussione l’architettura stessa con cui l’Europa legge il proprio vicinato strategico .
Soliman, senior fellow al Middle East Institute e dirigente di McLarty Associates, appartiene a quella categoria sempre più rara di policy intellectual capaci non solo di interpretare il mondo, ma di provare a ridefinire le categorie con cui lo si interpreta. Il suo lavoro incrocia realismo classico, economia politica e trasformazioni tecnologiche, muovendosi lungo una traiettoria che, non a caso, viene descritta come “kissingeriana” nella sua impostazione.
A margine dell’incontro, l’Adnkronos lo ha intervistato.
Lei cita Italia, Francia e Grecia come tre paesi particolarmente ben posizionati per confrontarsi con la West Asia, l’Asia occidentale. Quali sono le caratteristiche italiane che rendono più facile per l’Italia ingaggiarsi con la regione? E su quali settori dovrebbe concentrarsi di più?
L’Italia è una grande potenza marittima. È un paese con un orizzonte molto lungo sulla geopolitica, non è un caso se avete sviluppato questo concetto di Mediterraneo allargato. Il vero confine dell’engagement italiano è l’Oceano Indiano. È per questo che l’Italia è al centro della tesi della West Asia che sostengo nel libro.
I settori prioritari? Primo, la difesa e la sicurezza, perché ciò che accade nel Golfo non resta nel Golfo avrà un impatto sull’Italia sulla migrazione, sulla sicurezza nazionale, sul terrorismo. Ha fatto bene Giorgia Meloni a visitare il Golfo dopo i primi giorni di attacchi in Iran, ed è stata una dei pochi leader a farlo. Bene anche per la fornitura di munizioni e per gli asset navali italiani dispiegati nell’area. Secondo, la sicurezza energetica, che resta estremamente importante. Terzo, le nuove tecnologie: collaborare con emiratini, sauditi, qatarini sull’infrastruttura AI è centrale per la trasformazione industriale e tecnologica dell’Italia. E questi accordi non devono essere transazionali o frammentati: devono essere istituzionalizzati.
Tornando su Arabia Saudita, Emirati e Qatar. L’Italia ha buoni rapporti con tutti e tre. E però al momento i rapporti tra Riad e Abu Dhabi, ad esempio, sono in una fase critica. Possibile che alla luce delle loro tensioni, anche Roma sia chiamata a scegliere da che parte stare? O la logica mini-laterale prevede che si possa essere partner di tutti, anche se non sono tra loro partner stretti?
