Roma, 10 mar. (Adnkronos Salute) – “La steatosi epatica ha una prevalenza di circa il 25% nella popolazione generale, con un aumento nei pazienti affetti da diabete e obesità. Tuttavia è fondamentale sottolineare come la percentuale di pazienti potenzialmente candidabili ai nuovi trattamenti in corso di approvazione rappresenti solo una piccola parte del totale. Pertanto questi soggetti devono essere identificati in maniera precoce e trattati adeguatamente”. Lo ha detto Giacomo Germani, segretario dell’Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf) e direttore dell’Unità Trapianto multiviscerale dell’azienda ospedale – università di Padova, all’incontro promosso oggi a Roma dalla senatrice Ylenia Zambito, segretario della X Commissione del Senato.
“La steatosi epatica – spiega l’esperto – è un accumulo anomalo di trigliceridi all’interno delle cellule del fegato, i cosiddetti epatociti, e può portare a diversi quadri clinici, se non adeguatamente diagnosticata e trattata. Può trattarsi di una steatosi semplice, priva di complicanze e facilmente reversibile con norme igienico-dietetiche, quindi con una dieta appropriata e attività fisica. Se non trattata, può però sviluppare infiammazione e quindi il quadro di steatoepatite (Mash), che a sua volta può progredire in fibrosi, ovvero l’accumulo di matrice extracellulare e collagene all’interno del fegato”. Lo step successivo: “Cirrosi, sulla quale può insorgere l’epatocarcinoma, ovvero il tumore del fegato. Questi quadri avanzati – sottolinea Germani – possono portare il paziente allo sviluppo delle classiche complicanze della cirrosi, tali da richiedere, nelle situazioni più gravi, il trapianto di fegato. Qualora questo non venga effettuato nei tempi e nelle modalità adeguate, il paziente può andare incontro al decesso”.
La figura dell’epatologo diventa dunque fondamentale “nel percorso di diagnosi, gestione e trattamento – chiarisce il segretario Aisf – proprio perché, a fronte di un numero elevato di soggetti affetti, vanno identificati con precisione i pazienti da trattare. In questo senso l’epatologo è cruciale per un’adeguata stratificazione del rischio. La gestione può essere multidisciplinare, in collaborazione con specialisti diabetologi, esperti dell’obesità e medici di medicina generale. Tuttavia è fondamentale che l’epatologo, essendo lo specialista delle malattie del fegato, sia al centro di questo percorso, trattandosi di una patologia a interessamento prettamente epatico”. Proprio per questo, aggiunge Germani, le società scientifiche sono “parte attiva nei tavoli istituzionali per la definizione di strategie di diagnosi e trattamento, favorendo l’ottimizzazione delle risorse e l’appropriatezza clinica”. I pazienti “che presentano una patologia dismetabolica o una sindrome metabolica devono essere monitorati – rimarca l’esperto – Tutti i pazienti con alterazioni del profilo lipidico, obesità o diabete, devono essere valutati attraverso esami di funzionalità epatica, ecografia ed eventualmente elastometria epatica. Questo serve a stratificare il rischio di progressione della malattia e a valutare l’accesso alle terapie future”.
