Carrafiello (UniMi): “Radiologia interventistica quarto pilastro nella cura del cancro”

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Roma, 6 nov. (Adnkronos Salute) – “La radiologia interventistica riveste oggi un ruolo fondamentale e tutti i radiologi interventisti oggi fanno parte dei team multidisciplinari per definire l’approccio più corretto al paziente e alla patologia stessa. Il radiologo non è più solo un diagnosta, ha superato la fase puramente diagnostica approcciando anche la terapia grazie alla radiologia interventistica, che rappresenta ormai il quarto pilastro nella cura del cancro insieme alla chirurgia, alla radioterapia e alla chemioterapia”. Lo ha detto Gianpaolo Carrafiello, professore ordinario di Diagnostica per Immagini università degli Studi di Milano e direttore Dipartimento Area dei servizi Policlinico di Milano, partecipando seconda giornata del 52° Congresso Sirm – Società italiana di radiologia medica e interventistica, in corso nel capoluogo lombardo.
“Esistono diversi tipi di trattamento, come l’ablazione percutanea in cui possono essere utilizzate metodiche che sfruttano il calore o il freddo, come le microonde, la radiofrequenza o la crioablazione – spiega l’esperto – Vi sono poi metodiche non termiche, come ad esempio l’elettroporazione irreversibile, che provoca un’alterazione a livello delle membrane cellulari: questo favorisce la penetrazione del farmaco nelle cellule tumorali o addirittura le distrugge. Questo tipo di trattamenti può lavorare in maniera sinergica con la chemioterapia, perché determina un cambiamento dell’asset immunologico del paziente che esprime più antigeni e quindi ottiene una maggiore efficacia anche dal farmaco chemioterapico utilizzato successivamente”.
Sulla scia di questi trattamenti, “negli anni la patologia oncologica più studiata e maggiormente trattata è l’epatocarcinoma, il tumore primitivo del fegato – illustra Carrafiello – Oggi, però, anche le metastasi epatiche traggono un beneficio notevole, tanto che gli ultimi studi hanno dimostrato che i trattamenti di tipo ablativo offrono risultati sovrapponibili alla chirurgia stessa, con vantaggi a favore del paziente in quanto riducono i tempi di degenza. Il paziente ha sicuramente una migliore tollerabilità nei confronti di questo tipo di terapie. In altri ambiti, come ad esempio nel tumore renale, c’è un’efficacia clinica intorno al 94-95%. Si aggiunge poi il grande vantaggio che si tratta di metodiche nephron-sparing: non distruggono il rene, ma colpiscono soltanto la lesione tumorale. Per quanto riguarda le altre terapie, vi sono quelle di tipo endovascolare, utili nelle patologie più diffuse quando c’è da aggredire un intero organo con trattamenti chemioterapici locali. Tutto questo riduce gli effetti sistemici a favore di un maggiore successo del trattamento locale. Di contro, oggi abbiamo ancora qualche limite nelle dimensioni dei tumori che possiamo trattare – puntualizza l’esperto – Possiamo intervenire in maniera sicura su lesioni fino a 3-3,5 centimetri, dopodiché l’ablazione in una singola sessione o con un singolo posizionamento può non essere del tutto efficace. Tuttavia, l’obiettivo molte volte non è solo quello di distruggere totalmente il tumore, ma di cambiare l’assetto immunologico in modo che il paziente possa rispondere meglio alla chemioterapia”, conclude.

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