Padovani (Sin): “Biomarcatori per neurologia di precisione”

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Roma, 26 ott. (Adnkronos Salute) – “Nella neurologia di precisione, per diagnosticare e trattare ogni paziente in modo sempre più personalizzato la ricerca sui biomarcatori sta facendo i passi importanti, specie nella sclerosi multipla. È infatti ormai evidente l’utilità dell’utilizzo dei biomarcatori, per valutare sia lo stato infiammatorio che i processi neurodegenerativi”. Questo ha permesso di “dimostrare come anche questa malattia sia molto più complessa rispetto a quello che si riteneva alcuni anni fa”. Lo ha detto Alessandro Padovani, neurologo presso la Clinica neurologica degli Spedali Civili di Brescia e past president Sin – Società italiana di neurologia, intervenendo nel corso del 56° Congresso della Sin in programma dal 24 al 27 ottobre a Firenze. Si può dire la stessa cosa “anche in merito alla malattia di Alzheimer e a quella di Parkinson – continua il neurologo – I processi legati all’amiloide nel primo caso e alla sinucleina nel secondo da soli non spiegano tutta la complessità di queste due malattie. I biomarcatori che abbiamo a disposizione ci permettono di precisare meglio questi aspetti. Un altro elemento importante è la valutazione degli stati infiammatori, protagonisti di tutte le patologie neurologiche. Credo che i biomarcatori attualmente a disposizione rappresentino solo una piccola parte di quelli che saranno disponibili nei prossimi anni. Oggi vi è la validazione di molti di questi per l’Alzheimer, per il Parkinson, per la sclerosi multipla e per la Sla, ma ci sono tanti altri biomarcatori che devono essere maggiormente interpretati, anche per identificare nuovi target terapeutici”.
I biomarcatori stanno cambiando sia la diagnosi, che la presa in carico delle malattie neurologiche. “Per esempio – illustra Padovani – nella sclerosi multipla utilizziamo i neurofilamenti a catena leggera, o Nfl, che ci forniscono elementi utili per prevedere la possibile progressione della malattia e monitorare l’evoluzione clinica. Nella malattia di Alzheimer siamo ancora in una fase iniziale, ma nel confronto con le agenzie sanitarie si parla della possibilità di utilizzare i biomarcatori per effettuare uno screening nei soggetti con disturbi cognitivi, con l’obiettivo di identificare la malattia in una fase più precoce. L’elemento più rilevante credo sia rappresentato dal fatto che alcuni biomarcatori – come Nfl, Gfap, la p-tau217 e altri – stanno acquisendo un’importanza crescente perché possono essere utilizzati come bersagli per valutare l’attività e l’efficacia dei farmaci. Oggi possiamo monitorare e prevedere se un farmaco sta funzionando ancora prima di osservarne gli effetti clinici, verificando se i biomarcatori si modificano. Credo che questa sia la nuova direzione della ricerca: trovare indicatori biologici che ci permettano di capire se una terapia funzionerà oppure no”.
La neurologia, come tutta la medicina, “sta attraversando una fase di rapida evoluzione – conclude Padovani – Credo che le contaminazioni tra discipline siano fondamentali: penso, per esempio, al contributo delle scienze immunologiche e della genomica. Stiamo lavorando per creare le fondamenta di una neurologia non più soltanto reattiva, ma proattiva e di precisione. Non dobbiamo limitarci ad anticipare la malattia e a prevenirla, ma dobbiamo anche sviluppare farmaci sempre più mirati, capaci di modificare il decorso clinico del singolo paziente in funzione delle caratteristiche individuali e della fase della malattia in cui si trova”.

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