Maggiori: “Trump ha scioccato più l’Europa della Cina. Il vecchio equilibrio con gli Usa è finito”

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(Adnkronos) – Non è la fine della globalizzazione. È qualcosa di più profondo: una riscrittura della mappa delle dipendenze che per decenni abbiamo considerato soltanto come il prodotto efficiente della specializzazione internazionale. Un chip, una rete di pagamenti, un magnete al neodimio, un servizio cloud non valgono più soltanto per ciò che producono o per quanto costano, ma per il potere che attribuiscono a chi li controlla e per la vulnerabilità che creano in chi ne dipende.
È su questo confine, sempre meno netto, tra economia e geopolitica che lavora Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project. La sua ricerca, nata dallo studio della finanza internazionale, dei flussi di capitale, delle valute di riserva e del ruolo del dollaro, negli ultimi anni si è spostata sempre più decisamente verso la geoeconomia: il modo in cui gli Stati trasformano relazioni economiche apparentemente ordinarie in strumenti di influenza e coercizione.
Con Christopher Clayton e Jesse Schreger, Maggiori ha costruito un’architettura teorica del fenomeno. In , due egemoni continuano a commerciare tra loro mentre cercano contemporaneamente di impedire che il rivale diventi un’alternativa credibile per il resto del mondo: il profitto di una relazione economica viene così continuamente pesato contro il potere geopolitico che quella stessa relazione può consegnare all’avversario.
Maggiori è in questi giorni a Torino per il Festival Internazionale dell’Economia. Al Collegio Carlo Alberto tiene la Pareto Lecture dedicata alla “Geoeconomics”: è da qui che parte anche la conversazione con l’Adnkronos.
Si parla continuamente di deglobalizzazione, decoupling, friend-shoring. Stiamo davvero assistendo alla fine della globalizzazione?
“No. È un cambiamento molto più sottile. Se guardiamo i dati del commercio internazionale non vediamo semplicemente un mondo che smette di commerciare: siamo ancora su livelli molto elevati. Quello che vediamo è piuttosto un reassessment, una riconsiderazione della natura della globalizzazione e soprattutto delle dipendenze economiche.
Per l’Europa questo è fondamentale. E lo shock, a mio avviso, non è arrivato soltanto o soprattutto dalla Cina: è arrivato dagli Stati Uniti.
Prendiamo i sistemi di pagamento. Sono un classico esempio di un sistema nel quale vuoi stare perché ci sono tutti gli altri, un po’ come avviene con un social network. Negli acquisti retail in Europa utilizziamo in larga misura Visa e Mastercard. A livello internazionale abbiamo Swift. La domanda che dieci anni fa quasi nessuno si sarebbe posto oggi diventa invece naturale: quanto vogliamo dipendere da infrastrutture che possono essere sottoposte all’influenza di un altro Paese?

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