(Adnkronos) – L’intelligenza artificiale sta democratizzando capacità che fino a pochi anni fa appartenevano a cerchie ristrette di analisti. In pochi secondi è possibile incrociare fonti aperte, ricostruire profili, mettere in relazione persone, aziende e avvenimenti. Ma chiamare tutto questo “intelligence” rischia di generare un equivoco. Perché raccogliere e aggregare informazioni non significa fare spionaggio.
È uno dei punti su cui insiste Marco Santarelli, analista investigativo delle reti informative e consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence. Nei suoi lavori più recenti ha sostenuto che, quanto più cresce il peso dell’AI, tanto più torna centrale la Humint: la raccolta di informazioni attraverso reti e relazioni umane, soprattutto quando l’obiettivo non è conoscere ciò che è pubblico ma penetrare ciò che qualcuno vuole tenere segreto.
Partiamo dall’AI. Lei sostiene che ci sia un salto rispetto alla prima stagione dei social network.
“Con Facebook abbiamo assistito a una gigantesca raccolta di dati: gusti, preferenze, comportamenti. Oggi quei database esistono già. Con l’intelligenza artificiale il passaggio, a mio avviso, è dalla quantità alla qualità. Non si tratta soltanto di sapere cosa facciamo, ma di aggregare quelle informazioni, metterle in relazione e costruire modelli sempre più sofisticati. È qui che gli agenti e i sistemi automatizzati cambiano la scala del problema. Il processo diventa molto più rapido e molto meno visibile all’utente”.
È in questo quadro che lei legge anche il caso Anthropic e le dimissioni del ricercatore Jacob Coxon?
“Quel caso mi ha colpito soprattutto dal punto di vista comunicativo. Abbiamo un ricercatore che lascia l’azienda mettendo in guardia sui rischi dei sistemi più avanzati e, quasi immediatamente, il vertice della stessa azienda riconosce che il problema esiste. Normalmente davanti a una rottura interna di questo tipo ci aspetteremmo una dinamica diversa. Non dico che questo dimostri una pianificazione, ma trovo interessante il modo in cui la vicenda ha contribuito ad accendere ancora di più l’attenzione sui pericoli dell’AI. In una fase come questa bisogna osservare non soltanto la tecnologia, ma anche la narrazione costruita intorno alla tecnologia”.
Un giornalista oggi può chiedere a un modello AI di ricostruire in pochi secondi un profilo per il quale prima sarebbero servite ore o giorni. Non viene meno uno dei tradizionali vantaggi informativi dell’intelligence?
“Viene meno una parte di quel vantaggio. La capacità di aggregazione dell’AI rende accessibile a moltissime persone qualcosa che prima richiedeva software specifici, competenze e molto tempo. Ma bisogna stare attenti a non confondere questa capacità con lo spionaggio. Una cosa è l’Osint, una cosa è la business intelligence o una due diligence, un’altra ancora sono spionaggio e controspionaggio”.

