(Adnkronos) – Per capire il mondo di oggi, secondo Mark Leonard, serve un’immagine meno solenne di quelle che normalmente accompagnano le discussioni sulla crisi dell’ordine internazionale. Gli anni Trenta, il Congresso di Vienna, la Guerra fredda: paragoni utili fino a un certo punto, perché suggeriscono l’idea rassicurante di una storia che, magari in forme diverse, abbiamo già attraversato.
Leonard preferisce partire dalle periferie delle grandi città cinesi, dove dopo lo scoppio della bolla immobiliare sono rimaste in piedi migliaia di torri mai completate. In Cina vengono chiamate lanweilou, edifici “a coda marcia”: strutture vendute quando ancora esistevano soltanto sulla carta, pagate da famiglie con i risparmi di una vita e poi abbandonate quando i costruttori sono falliti.
L’edificio c’è. Mancano finestre, impianti, rifiniture, talvolta perfino le pareti interne. E soprattutto non arriverà più nessuno a completarlo. Per Leonard è una metafora di quello che ci piace chiamare “rules-based order”, ordine basato sulle regole. Anche quello è stato costruito per decenni sulla convinzione che il cantiere non si sarebbe mai fermato: più globalizzazione, più istituzioni, più paesi integrati in un unico sistema. Poi i lavori si sono interrotti.
È da questa immagine che parte , l’ultimo libro del fondatore e direttore dello . Ed è da qui che Leonard ha sviluppato, durante un incontro Ecfr a Roma cui ha partecipato l’Adnkronos, il suo ragionamento: l’Europa non deve immaginare come restaurare il mondo di ieri, quanto capire come muoversi in quello che sta prendendo il suo posto.
Leonard usa una parola precisa: unorder, non-ordine, una locuzione usata anche da Marta Dassù nel suo libro “L’età della prepotenza”, di cui abbiamo scritto qui.
Il disordine accompagna da sempre qualsiasi sistema internazionale. Anche nei momenti di apparente stabilità ci sono state guerre, violazioni, doppi standard e conflitti. In quei casi, però, restava una cornice condivisa, o almeno riconoscibile: gli Stati potevano violare le regole, contestarle, piegarle ai propri interessi, ma sapevano quali fossero.
Oggi quella cornice si sta facendo molto più incerta. Nella formulazione di Leonard, gli attori internazionali sempre più spesso “operano senza fare riferimento a un quadro comune”. In molti casi le vecchie regole non vengono neppure deliberatamente infrante: non contano più.
La differenza è sostanziale, perché cambia anche il tipo di risposta possibile. Se il problema fosse soltanto l’inosservanza delle norme, basterebbe pensare a come rafforzarle. Se invece viene meno l’idea stessa di una grammatica comune, la politica internazionale si sposta su un terreno assai più instabile.


