Carburanti, Murano (Unem): “Tetto ai prezzi non è una soluzione definitiva, serve nuova strategia in Europa”

56

(Adnkronos) – Il tetto ai prezzi dei carburanti, introdotto prima da Eni e Socar (Ip/Esso) e poi da Q8, è uno sforzo importante ma non può essere una soluzione definitiva. Serve una nuova strategia energetica europea. Ne parla in un’intervista all’Adnkronos Gianni Murano, presidente di Unem, che rappresenta le principali aziende che operano in Italia nell’ambito della lavorazione, della logistica e della distribuzione dei prodotti petroliferi, di prodotti energetici low carbon, tra cui i biocarburanti e gli e- fuels.
Presidente, partiamo dalla stretta attualità. Eni, Socar, quindi Ip ed Esso, e oggi anche Q8, hanno deciso di applicare un price cap ai prezzi del carburante. Che segnale è e quale impatto può avere sul mercato?
“La sensibilità mostrata prima da Eni, poi da Socar e Q8, che sono aziende integrate e quindi che hanno, anche come azionariato, un riferimento molto ampio nella filiera che va dall’upstream alla distribuzione, è sicuramente un segnale importante di attenzione verso questo Paese, di attenzione ai consumatori, con uno sforzo decisamente importante, perché stiamo parlando di uno sconto che va dai 15 ai 17 centesimi di euro al litro. E questo è uno sforzo importante che può essere sostenuto, ovviamente non in maniera definitiva, e che molto dipenderà anche dal contesto internazionale. È un contesto particolarmente complesso, in cui le quotazioni internazionali, soprattutto dei prodotti finiti, stanno assumendo giorno dopo giorno dimensioni sempre più importanti, nel senso che si stanno rafforzando i prodotti finiti verso il petrolio, verso il Brent, e questo quindi apre altre considerazioni”.
Negli ultimi mesi, abbiamo assistito a una serie di misure tampone per fronteggiare il caro carburante. Da più parti si chiede di pensare a un intervento strutturale che possa affrontare il problema in maniera, come diceva lei, definitiva. In quale direzione si potrebbe andare?
“Mi dispiace dirlo, ma è una delle conseguenze annunciate, nel senso che noi, anche come associazione, sono anni che mettiamo l’attenzione sulla deindustrializzazione europea e in particolare sul fatto che stanno chiudendo sempre più raffinerie. Abbiamo perso circa 30 raffinerie negli ultimi dieci anni, circa il 20% della capacità europea. Noi, a livello europeo, abbiamo delegato la produzione dei prodotti finiti prima alla Russia, che era il terzo polo di raffinazione globale, dopo Stati Uniti e Cina, e poi, a valle delle sanzioni, alle raffinerie del Golfo Persico, cioè quelle che sono sostanzialmente nello stretto di Hormuz e nel canale di Suez sul Mar Rosso. È chiaro che delegando a terzi ci siamo esposti esattamente a questo tipo di crisi, cioè abbiamo dei prodotti strategici che non produciamo più noi.
Quindi, cosa si può fare?
“La direzione che dobbiamo prendere, che deve prendere l’Europa, è proprio ripensare una strategia energetica europea che non può non considerare anche i prodotti carburanti liquidi, che, piaccia o meno, sono ancora più del 90% responsabili della mobilità, sia stradale leggera, sia dell’aviazione, sia della parte marittima”.
L’indipendenza energetica e la transizione possono stare insieme? Come?

articolo precedenteCaso Garlasco, il consulente dei Poggi: “Sui pedali della bici di Stasi c’è il dna di Chiara, nessun segreto”
prossimo articoloEni, Unicredit, Confindustria, Enel e altre lanciano Fondazione Systema per competitività