Sanremo vieta l’AI, ma come si capisce se una canzone è sintetica?

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(Adnkronos) – Il nuovo regolamento del Festival di Sanremo introduce una novità: l’intelligenza artificiale non è vietata tout court, ma non deve “sostituire o alterare il contributo creativo” di autori e artisti.
Ecco cosa recita il Regolamento per l’edizione 2027:”Non potranno essere utilizzati – nella loro ideazione, nella composizione di musica e testi e nella loro realizzazione – sistemi o strumenti di intelligenza artificiale, qualora tale impiego comporti la sostituzione, l’alterazione o lo snaturamento del contributo creativo umano che costituisce caratteristica essenziale delle canzoni partecipanti”.
Ma come si fa a far rispettare questa regola?
Una canzone non arriva con scritto sopra “made by AI”. Può essere suonata in studio da musicisti veri, sfornata in pochi secondi da un’app come Suno, o trovarsi in una zona grigia: basi campionate, arrangiamenti suggeriti dal software e poi risuonati, fino alla melodia concepita dall’algoritmo ma reincisa da umani. Scoprire chi ha fatto cosa è diventato il lavoro di una nuova disciplina: l’analisi forense dell’audio digitale, ovvero la caccia alle impronte lasciate dall’intelligenza artificiale dentro la musica.
Aurelien Herault, Chief Innovations Officer di Deezer, una delle più avanzate piattaforme di streaming musicali, ha spiegato all’Adnkronos che sui brani fatti interamente al computer i sistemi sono molto precisi.
“Se la canzone è il risultato di un prompt su una piattaforma di AI generativa come Suno, siamo certi al 99,8% di essere in grado di identificarla come AI e persino di stabilire quale versione sia stata utilizzata”, dice Herault. Il sistema funziona anche per i brani misti: “Se alcune parti di una traccia sono state originariamente create da una persona, ma la versione finale è stata renderizzata attraverso una piattaforma di AI generativa, dovremmo comunque riuscire a determinare che è stata utilizzata l’AI”.
Il software di Deezer va a caccia di “artefatti”: difetti audio microscopici che l’orecchio non sente, ma che le macchine lasciano invariabilmente nel file. “Questi artefatti sono un segnale forte per identificare le tracce generate dall’AI”, dice Herault. E aggiunge: “Poiché sono specifici di ciascun modello generativo, il nostro strumento può anche identificare quale particolare modello AI sia stato utilizzato”.
Le cose si complicano quando l’AI fa solo un pezzo del lavoro.

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