Eurispes: “Si emigra per povertà e mancanza lavoro”

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Roma, 24 lug. (Adnkronos) – La povertà, con quasi un quarto delle risposte (23,3%), è la ragione per la quale si è lasciato il paese d’origine. Seguono la mancanza di lavoro (18,5%), la speranza di trovare condizioni di vita migliori (14,8%), il ricongiungimento famigliare (10,3%), la mancanza di libertà nel paese d’origine (9,4%), la guerra o i gravi disordini (8,9%), il fatto di essere stato vittima di persecuzioni (5,7%), i problemi ambientali/climatici (afa, siccità, inondazioni, ecc.) (5,2%) o, più raramente, l’essere stato vittima di discriminazioni (religiose, di genere, ecc.) (2%). E’ il dato che emerge da una indagine dell’Eurispes sulla condizione degli immigrati in Italia.
Il nostro Paese viene scelto dagli immigrati come destinazione perché ci vive la loro famiglia (20,5%) o amici/conoscenti (18,4%). Diffusa l’idea che in Italia c’è benessere economico (15,5%) e che il nostro sia un paese accogliente con gli stranieri (10,6%). Per alcuni era impossibile recarsi altrove (Convenzione di Dublino) (10%), ed un 9,8% ritiene che in Italia ci sia la possibilità di trovare lavoro, mentre per l’8,8% è stata determinante.
Oltre un terzo degli immigrati sono arrivati in Italia tramite permesso/carta di soggiorno (36,3%), un quinto tramite sbarco/ingresso clandestino (20,7%) ed un altro quinto tramite richiesta di asilo (19,4%). Oltre a questi canali più diffusi, l’8,6% riferisce di essere giunto tramite ricongiungimento famigliare, il 3,1% con permesso di soggiorno turistico, il 2,7% con permesso per motivi di studio; il 9,2% indica altre modalità.
Sono più numerosi tra gli uomini che tra le donne coloro che ammettono di essere arrivati nel nostro Paese con sbarco o ingresso clandestino (23,8% contro 15,3%) e con permesso/carta di soggiorno (38,9% contro 31,7%). Le immigrate riferiscono, invece, con frequenza maggiore di essere arrivate tramite ricongiungimento famigliare (16,9% contro 3,9%).
L’arrivo clandestino viene citato in percentuale superiore alla media da chi arriva dall’Egitto (52,9%), Bangladesh (38,5%), Marocco (26,7%), Pakistan (26,3%), Nigeria (25%). Gli ingressi per ricongiungimento familiare risultano più frequenti tra chi proviene da Ecuador (25%), Filippine (20%), Albania (16,7%), Ucraina (14,3%); le richieste di asilo, invece, tra gli originari di Nigeria (50%), Marocco (40,0%), Senegal (33,3%).
Gli stranieri privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5%. Tra questi è più elevata la percentuale di chi è arrivato da 3-5 anni (il 30,9% contro il 27,3% dei regolari), da meno di un anno (16% contro 8% dei regolari) e da 1-2 anni (23,5% contro 18,6%); il contrario si riscontra per i residenti da più di 6 anni (vive in Italia da più di 10 anni il 20,9% dei possessori di permesso di soggiorno, a fronte dell’11,1% di chi ne è privo). “La regolarità, prevedibilmente, rappresenta un elemento di stabilità sul territorio”, si legge.
Quanto alla permanenza in Italia, il 27,8% degli immigrati interpellati da Eurispes vive in Italia da 3-5 anni, il 24,2% da 6-10 anni, il 19,4% da 1-2 anni ed un altro 19,4% da più di 10 anni, il 9,2% da meno di un anno. La maggioranza degli immigrati racconta dunque una permanenza nel nostro Paese di media durata, tra i 3 e i 10 anni, un quinto, invece, una permanenza ormai lunga, superiore al decennio. Sono, d’altra parte, numerosi gli immigrati di recente arrivo (il 28,6% da meno di 2 anni), a conferma della notevole mobilità dei flussi migratori.
Il 78,1% degli immigrati ha un lavoro in Italia, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, l’8,6% non lo sta cercando. Secondo i dati della ricerca, gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% vs 69,3%. Tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo (80,7% vs 64,2%). Mentre il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando una occupazione, il 13,6% non la cerca. Il 93,4% degli immigrati occupati afferma di svolgere un solo lavoro, il 6,6% dichiara di svolgerne più di uno. È possibile, inoltre, che tale valore sia sottostimato, poiché spesso si tratta di lavoro nero e sommerso.

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