Ecco Aimi, primo indice italiano che misura la maturità manageriale

81

Roma, 10 giu. (Adnkronos/Labitalia) – Aimi, AI management index, è il primo indice realizzato in Italia per misurare il livello di maturità del management nell’adozione e nella governance dell’Intelligenza Artificiale.
Nato dalla collaborazione tra Cida e AI4I – l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale – l’indice non si limita a fotografare la diffusione delle nuove tecnologie, ma analizza il grado di integrazione dell’AI nei processi decisionali e organizzativi, le competenze manageriali disponibili, i modelli di governance adottati e la capacità delle organizzazioni di trasformare l’innovazione in valore concreto. La ricerca ha coinvolto 1.740 dirigenti e manager italiani, appartenenti sia al settore pubblico sia a quello privato, rappresentando una delle più ampie rilevazioni finora realizzate sul rapporto tra management e Intelligenza Artificiale nel nostro Paese.
La prima evidenza che emerge dalla ricerca è che l’Intelligenza Artificiale è già entrata nella vita professionale dei manager italiani. Quasi 9 dirigenti su 10 (89%) dichiarano di utilizzarla, ma nella maggior parte dei casi l’adozione avviene ancora in modo individuale, sperimentale e non sistematico. Il 35% delle organizzazioni si trova infatti ancora in una fase di sperimentazione, mentre solo il 29% ha iniziato a integrare l’AI nei propri processi operativi. E’ come se molti manager avessero già aperto un proprio laboratorio personale di innovazione, mentre le organizzazioni faticano ancora a trasformare queste esperienze in modelli strutturati e condivisi. Più di 1 manager su 2 la utilizza ormai con frequenza settimanale e una quota significativa la impiega quotidianamente nelle proprie attività professionali. Non stiamo quindi osservando una tecnologia emergente, ma una tecnologia già entrata nella quotidianità del lavoro manageriale.
Per il 57% dei manager l’Intelligenza Artificiale sta già riducendo il tempo dedicato alle attività ripetitive. Il primo impatto dell’AI non è la sostituzione del lavoro umano, ma la liberazione di tempo da reinvestire in attività a maggior valore aggiunto, nella creatività, nell’innovazione e nella capacità decisionale. E’ il primo segnale concreto di come questi strumenti possano contribuire ad aumentare la produttività individuale e organizzativa, tema centrale per la competitività del Paese nei prossimi anni. L’Intelligenza Artificiale sta entrando rapidamente nelle organizzazioni, ma non sempre all’interno di una visione formalizzata e condivisa. Se da un lato il 30% delle organizzazioni ha già adottato una strategia formalizzata e un ulteriore 20% la sta sviluppando, dall’altro la diffusione della tecnologia continua a procedere più rapidamente della definizione di obiettivi, responsabilità e modelli di utilizzo condivisi. E’ un fenomeno tipico delle grandi trasformazioni: la pratica precede la strategia. L’AI si diffonde più rapidamente della capacità delle organizzazioni di definirne finalità, priorità e direzione di sviluppo.

Avere una strategia, però, non basta. Il passaggio successivo – costruire un sistema di governo chiaro e condiviso – appare ancora incompleto. Solo il 12% dichiara di disporre di una governance AI formalizzata e attiva, mentre il 28% è ancora in fase di sviluppo. In molti casi mancano procedure consolidate, ruoli definiti e meccanismi di supervisione capaci di garantire un utilizzo coerente e responsabile della tecnologia. Se la strategia definisce la direzione, la governance definisce le regole del percorso. Ed è proprio su questo terreno che si apre uno dei principali cantieri della trasformazione. La ricerca smentisce uno stereotipo diffuso. I manager italiani non stanno delegando il proprio giudizio alle macchine. Oltre l’80% dichiara di verificare sempre o quasi sempre gli output prodotti dall’AI prima di utilizzarli nei processi decisionali. Non si tratta di diffidenza verso l’innovazione, ma di responsabilità professionale. Il dato restituisce l’immagine di una dirigenza consapevole, che riconosce il valore degli strumenti intelligenti ma non rinuncia al proprio ruolo di valutazione, interpretazione e assunzione della responsabilità finale. Anche i rischi percepiti confermano questa maturità: l’affidabilità degli output, il rischio di una delega eccessiva alle macchine, la tutela dei dati e delle responsabilità professionali, nonché il possibile impatto sul capitale umano e sulle relazioni di lavoro. Il management italiano guarda all’AI come a una sfida organizzativa e culturale prima ancora che tecnologica.
Le competenze richieste per il futuro non sono soltanto tecniche. Certamente servono nuove capacità operative e digitali, ma la domanda più forte riguarda il pensiero critico, la capacità di valutare gli output, la comprensione dei rischi, la governance e la leadership del cambiamento. Tra le competenze considerate più importanti emergono proprio quelle legate al giudizio, alla valutazione e alla supervisione dei sistemi intelligenti. E’ un risultato che suggerisce come l’AI aumenti il valore del giudizio umano anziché sostituirlo.
Questa esigenza si riflette anche nel giudizio sull’offerta formativa esistente. La maggioranza dei rispondenti (893 su 1.740) la considera insufficiente o frammentata. Ma il punto più interessante è un altro: i manager non chiedono semplicemente più corsi. Chiedono formazione applicata ai processi, mentoring, affiancamento, casi pratici e soprattutto tempo dedicato all’apprendimento. La formazione non viene più percepita come un’attività accessoria, ma come una condizione necessaria per governare la trasformazione. Il manager del futuro non è un tecnico dell’automazione. E’ un supervisore della trasformazione, un garante della qualità delle decisioni e una guida culturale capace di accompagnare le persone nel cambiamento. Più aumenta l’automazione, più cresce il valore della leadership, della capacità di indirizzo e della responsabilità manageriale.

articolo precedenteCida e AI4I presentano il primo AI management index
prossimo articoloCuzzilla (Cida): “Ai già nel lavoro dei manager ma non in modelli organizzativi”