Itir summit: convegno su futuro salute, energia e Ia

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Pavia, 11 mar. (Adnkronos/Labitalia) – Si è conclusa oggi la seconda edizione di Itir summit, il convegno annuale del Centro di ricerca Itir, ‘Institute for transformative innovation research’, Università di Pavia. Intitolato ‘Bagliori rossi’, l’evento ha riunito oltre 700 partecipanti tra scienziati, ricercatori internazionali e vertici aziendali per discutere la responsabilità della scelta in aree come energia, salute, longevità, innovazione e intelligenza artificiale. I tre bagliori – salute, energia e passione – hanno dato vita a tre atti che, pur esplorando traiettorie differenti, convergono su un’unica domanda: che forma vogliamo dare al nostro futuro? I lavori sono stati aperti dal professore Stefano Denicolai, presidente del Centro di ricerca Itir cui hanno fatto seguito i saluti istituzionali di Michele Lissia (sindaco di Pavia), Alessandro Reali (rettore dell’Università di Pavia) e Tommaso Rossini (presidente Assolombarda Pavia).
“L’intelligenza artificiale è oggi al centro delle trasformazioni che attraversano ricerca, imprese e società, ponendo nuove sfide di governo e direzione”, ha commentato il presidente Denicolai. “Itir summit nasce proprio per favorire il confronto tra accademia e società civile, trasformando il dialogo in azioni capaci di cogliere le opportunità del cambiamento mitigandone i rischi”.
Presentata da Stefano Denicolai e realizzata dallo stesso Itir, la ricerca ‘Oltre la linea rossa? Governo e diffusione dell’intelligenza artificiale’ analizza l’adozione dell’IA nelle imprese italiane di medio-grandi dimensioni, considerando le differenze fra servizi e manifattura, fra comparti a bassa e alta intensità di innovazione. I risultati mostrano una realtà complessa: l’uso individuale corre veloce, mentre le strategie aziendali faticano a tenere il passo, creando un vuoto di governo che traccia una linea rossa tra efficienza e rischio. Tale confine delimita la capacità delle organizzazioni di assorbire l’innovazione senza smarrire il controllo sui processi chiave. Il dato più evidente riguarda la velocità di penetrazione: nel 2020 Eurostat rilevava un’adozione dell’AA del 7%; oggi la ricerca di Itir segnala come il 59,8% dei lavoratori utilizza abitualmente strumenti di IA. La spinta parte anche dai vertici: il 91,2% dei top manager e l’89,7% degli expert (coloro che si dichiarano esperti di IA) dichiarano di farne uso, segnale della comprensione del potenziale trasformativo dell’AI. Seguono i lavoratori più giovani (71,9%) e quelli in imprese ad alta performance (67,7%). Tuttavia, questa diffusione è spesso solo apparente, in quanto di fatto rappresenta per lo più sperimentazioni e progetti pilota: solo nel 13,3% delle imprese si registra un qualche impatto effettivo sul vantaggio competitivo.

Il survey evidenzia l’emergere dello shadow IT: il 6,5% dei dipendenti finanzia autonomamente abbonamenti a tool di IA, con maggiore incidenza tra i profili senior (>45 anni) rispetto ai più giovani (7,9% contro 5,5%), questo per ottimizzare le performance lavorative e la risoluzione di specifiche esigenze operative. I dati evidenziano un paradosso strategico: il massimo investimento emotivo e d’uso si concentra sui modelli generativi, mentre le soluzioni convenzionali — ritenute le più efficaci per il vantaggio competitivo — restano ancora meno diffuse, seppur disponibili da più tempo.
La ricerca individua tre principali aree di apprensione tra lavoratori e manager, diverse dalla temuta perdita del posto di lavoro: 1. Passivizzazione cognitiva (61,6%) – timore che l’uso pervasivo dell’IA riduca autonomia di giudizio e competenze critiche. 2. Sicurezza dei dati e privacy (56,2%) – incertezza sulla gestione e protezione di informazioni sensibili. 3. Bias insiti nei modelli IA (45%) – rischio che l’IA produca decisioni distorte, non allineate ai valori aziendali o non etiche, senza supervisione umana trasparente.
La ricerca evidenzia che l’adozione dell’IA non coincide con una reale trasformazione. Nonostante l’elevato utilizzo tra i manager, solo il 17,4% dei lavoratori la considera ‘molto importante’ per il lavoro quotidiano, segno che le imprese si trovano ancora in una fase di efficienza marginale più che di innovazione radicale. La ricerca evidenzia che il principale ostacolo all’uso efficace dell’IA non è tecnologico ma organizzativo: solo il 13,27% delle imprese registra un impatto significativo sul proprio vantaggio competitivo, percentuale che sale al 42,99% nelle aziende che hanno creato unità organizzative dedicate all’intelligenza artificiale.

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