Roma, 25 feb. (Adnkronos) – La crisi mondiale legata al Covid-19 del 2020 ha favorito una rapida trasformazione del modo di lavorare, accelerando la diffusione del telelavoro e, in particolare, dello smart working. Il lavoro a distanza è così diventato una componente strutturale della società, ridefinendo le relazioni tra lavoro e vita privata, tra spazi fisici e digitali, tra periodi di attività e di riposo, riducendo parallelamente i tempi e i costi degli spostamenti.
Secondo il Censimento permanente del 2023, poco meno di 3,4 milioni di occupati (il 13,8% del totale) hanno sperimentato una qualche forma di lavoro da remoto nelle quattro settimane precedenti la data della rilevazione (1 ottobre 2023). E’ quanto indica l’Istat nelle sue statistiche sullo smart working. Più nel dettaglio, circa 1.436mila (5,9%) hanno svolto la propria attività da casa almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre i restanti 1.933mila (7,9%) hanno adottato tale modalità in misura più limitata.
Il lavoro flessibile raggiunge il suo apice durante la pandemia e nella fase immediatamente successiva. Nel 2021 hanno lavorato anche solo alcuni giorni da casa 3.577.984 persone, con una incidenza pari al 15,1% del totale degli occupati (23.632.617). Si tratta di un risultato difficilmente ipotizzabile prima dell’emergenza sanitaria: nel 2018 e nel 2019, in base ai dati dell’Indagine Istat sulle Forze di Lavoro, la quota di smart workers e telelavoristi era appena del 4,8%. Nel 2022 e nel 2023 si assiste ad una sorta di stabilizzazione del fenomeno: in entrambe le edizioni del Censimento permanente gli occupati da remoto si attestano al 13,8%.
Nonostante le nuove modalità di organizzazione del lavoro abbiano avuto un forte slancio durante il lockdown e si siano cristallizzate nel corso del tempo, nel nostro Paese la percentuale di occupati che utilizzano il lavoro a distanza resta comunque inferiore a quella della maggior parte degli altri Paesi europei. Secondo una statistica diffusa da Eurostat sugli occupati che, nel 2023, hanno svolto almeno la metà dei giorni di lavoro in smart working (‘usually working from home’), l’Italia, con il 5,9%, è ben al di sotto della media Ue che è pari al 9,1%. In testa alla graduatoria, con valori più elevati del 20%, ci sono la Finlandia (22,2%) e l’Irlanda (21,8%), seguite da Svezia e Belgio che si collocano rispettivamente al 15,3% e 14,6%. Sopra la media Ue anche Germania e Francia con incidenze superiori al 10%.
L’adozione dello smart working in Italia evidenzia marcate differenze tra le diverse aree del Paese. Le città metropolitane e le regioni del Centro-Nord, caratterizzate da una maggiore concentrazione di settori terziari avanzati e da evolute infrastrutture digitali, mostrano livelli più elevati di diffusione del lavoro agile. In particolare, città come Milano, Roma, Bologna e Torino hanno registrato, tra i Comuni con più di 150mila residenti, le percentuali più alte di lavoratori da remoto, grazie anche alla presenza di grandi aziende e pubbliche amministrazioni più strutturate. Al contrario, nel Mezzogiorno, con alcune eccezioni, il lavoro da casa risulta meno frequente, riflettendo anche le caratteristiche della struttura produttiva del territorio.
Nel 2023, nel Nord-est, gli occupati che hanno lavorato a distanza almeno un giorno nelle quattro settimane precedenti la data di riferimento della rilevazione censuaria sono il 17,1%, un punto percentuale in più di quelli residenti nel Centro. Nella ripartizione Nord-occidentale la quota scende sensibilmente fino all’11,9%, e si assesta al 10,2% nelle regioni del Sud, in entrambi i casi al di sotto della media nazionale (13,8%). Nelle due Isole maggiori meno di 10 lavoratori su 100 (9,7%) hanno scelto, o avuto la possibilità, di svolgere, anche solo per qualche giorno, la propria attività al di fuori della sede di lavoro.
