(Adnkronos) – Davos 2026 è stato definito da molti l’edizione del “pragmatismo ansioso”. Mentre l’attenzione mediatica europea restava concentrata sulla retorica e sulle provocazioni di Donald Trump, nei fogli di calcolo del Dipartimento del Tesoro statunitense prendeva forma qualcosa di molto più strutturato: una ristrutturazione metodica dell’egemonia americana. Non la sua fine, ma la sua trasformazione.
Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale, in questo colloquio con l’Adnkronos spiega come Washington stia passando da una “diplomazia dei valori” a un realismo transazionale, in cui l’alleanza non è più un bene pubblico gratuito ma un servizio a pagamento, con costi e condizioni variabili. In questo nuovo contesto, l’Italia non può più limitarsi alla fedeltà storica: deve proporsi come asset strategico, industriale e politico.
Lei sostiene che non siamo di fronte alla distruzione dell’ordine internazionale, ma alla sua mutazione. Che cosa sta cambiando nel rapporto tra Stati Uniti e alleati?
“La natura stessa dell’egemonia americana. Per decenni è stata un bene pubblico globale: sicurezza, accesso al mercato, stabilità garantiti quasi automaticamente agli alleati. Oggi questo modello è finito. L’egemonia è diventata un servizio in abbonamento, con costi variabili ma vincolanti. Chi non rispetta determinati parametri economici e militari paga un prezzo politico, commerciale o strategico”.
L’Europa è ipnotizzata dalla “schiuma mediatica” di Trump. Dove bisognerebbe guardare invece?
“Bisogna guardare ai processi burocratici e ai documenti strategici, non ai social. Il vero cambiamento non è avvenuto nei tweet o nelle dichiarazioni pubbliche, ma nei fogli di calcolo del Tesoro americano. È lì che si vede come i dazi siano diventati una leva strutturale, non più tattica. Una leva fiscale e di politica internazionale, che non distingue più tra alleato politico e rivale economico”.
Questo significa che anche Paesi storicamente alleati, come l’Italia o la Germania, sono oggi trattati come potenziali problemi?
“Un surplus commerciale persistente non viene più letto come un segnale di efficienza, ma come una distorsione che danneggia la manifattura americana e, per estensione, la sicurezza nazionale. A Davos l’Europa ha capito una cosa molto chiara: l’accesso al mercato statunitense non è un diritto acquisito, ma una concessione da rinegoziare continuamente”.
