‘Ma quale software spia’. L’esperto smonta l’allarme sul ministero della Giustizia

73

(Adnkronos) – Non un ‘Watergate digitale’, ma l’ennesimo cortocircuito tra tecnologia, politica e percezione pubblica. È questa la conclusione a cui arriva il docente ed esperto di cybersicurezza Matteo Flora, che nell’ultima puntata del suo video-podcast analizza e smonta la polemica sul presunto ‘software spia’, installato nei computer del ministero della Giustizia.
Secondo la narrazione emersa dopo un’inchiesta di Report, il ministero disporrebbe di uno strumento capace di accedere ai computer dei magistrati senza lasciare traccia. Una ricostruzione che, secondo Flora, non regge a una verifica tecnica.

Il sistema al centro delle polemiche è Microsoft Endpoint Configuration Manager (MECM), in precedenza noto come SCCM. Non un malware né un trojan, ma una piattaforma di gestione centralizzata degli endpoint, utilizzata da governi e grandi organizzazioni in tutto il mondo per aggiornamenti di sicurezza, distribuzione software, inventario e assistenza tecnica da remoto.
“Gestire decine di migliaia di computer senza strumenti di questo tipo è tecnicamente impossibile e pericoloso”, spiega Flora. Nel caso della giustizia italiana si parla di circa 40.000 postazioni.

Uno dei punti più contestati è l’idea che il sistema non lasci evidenze delle operazioni svolte. Al contrario, sottolinea Flora, MECM funziona su audit trail e log dettagliati, che registrano ogni intervento, soprattutto quelli che richiedono privilegi elevati. Cancellare sistematicamente queste tracce sarebbe, paradossalmente, molto più complesso che lasciarle.

articolo precedente‘Ma quale software spia’. L’esperto smonta l’allarme sul ministero della Giustizia
prossimo articoloGroenlandia: P. De Luca, ‘basta ambiguità e subalternità, Meloni scelga Europa’