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  • Intervista al leader nazionale dell’Udeur - Popolari per il Sud
  • Mastella: «Nardone, dimettiti»

  • «Altrimenti la sua teologia morale di questi anni va a farsi benedire»

BENEVENTO - Onorevole Mastella, Nardone ha lanciato in pieno congresso provinciale alla presenza perfino del leader nazionale Rutelli, un patto federativo con l’Api. Lei che è un politico lungimirante avrebbe immaginato per Nardone, ex pci-pds-ds-pd poi alleato con partiti di centrodestra, un simile approdo?
“Le ultime amministrative sono state l’esito di una serie di veti incrociati da parte delle forze politiche, soprattutto di centrodestra. Veti che hanno portato a una scelta innaturale, quella della candidatura Nardone”
Eppure lei ha sacrificato una candidatura interna al suo partito pur di avere l’ex presidente della Provincia alla guida di una coalizione multicolore.
“Noi dell’Udeur fummo, non a caso, gli ultimi a condividere quella candidatura, anche se è chiaro che di quella scelta mi assumo ancora oggi tutte le responsabilità. Ma non abbiamo mai avuto un candidato interno al nostro partito, non c’erano le condizioni. Avevamo puntato su Gianvito Bello, una candidatura che si arenò davanti al niet ostinato dell’Udc”.
Nardone è a un tiro di schioppo dall’Api, l’opposizione a Palazzo Mosti è azzoppata?
“Assolutamente no. Nardone può legittimamente scegliere con chi stare, ma poiché è stato eletto in una coalizione, e visto che si muove verso una delle forze politiche che lo hanno avversato, ha il dovere morale di dimettersi da consigliere comunale. Altrimenti tutte le belle parole, la teologia morale di questi anni possono andare a farsi benedire. A questo punto mi auguro che tutte le forze politiche che sono andate in una direzione contraria a quella della maggioranza possano ritrovarsi in un cammino comune”.
Pensa anche al Pdl?
“Dipende dal PdL, noi non abbiamo preclusioni né pregiudizi verso alcuno”.
Dopo 7 mesi, avrà maturato un’opinione sulle ragioni della sconfitta di primavera. Fu la coalizione a non convincere o il candidato sindaco?
“Sicuramente il candidato sindaco non era quello ideale. La scelta di Nardone era innaturale. Poi però sulla sconfitta hanno pesato le divisioni che hanno lacerato il fronte politico di centrodestra, sopra tutto lo strappo voluto dal Pdl. Ma ha influito molto anche il complesso di forze economiche che andava in direzione contraria alla nostra. Quest’ultimo dato sì che ha fatto la differenza”.
Non pensa abbia pesato anche l’alleanza con un avversario storico come Pasquale Viespoli?
“Non credo, perché i conflitti tra me e Viespoli erano finiti da tempo. Non si può vivere sempre in un clima da guerre puniche. Tutte le guerre prima o poi finiscono. Oggi con la profonda crisi che viviamo, ci sono ben altre guerre da combattere: la disoccupazione, la città abbandonata, le famiglie al collasso e alle prese con il bilancio mensile, i giovani senza prospettive, è per porre rimedio a questi drammi che dobbiamo combattere”.
Ma ha davvero pensato di poter vincere alle scorse amministrative?
“Di vincere, no. E’ ovvio che partivamo da una posizione di svantaggio; però noi dell’Udeur abbiamo fatto comunque una battaglia dura ma convinta. Abbiamo fatto il possibile, nonostante fosse in atto il tentativo di screditarci anche sul piano morale. Ma ho sempre pensato che ci sarebbe stato un secondo turno. La vittoria di Pepe al primo turno non me l’aspettavo”.
Meglio il Pepe mastelliano o il Pepe Pd?
“Con Pepe, personalmente, non ho mai avuto un rapporto diretto. Quando fu eletto sindaco nel 2006, come tutti quelli che credono di vincere le elezioni per merito proprio più che per uno sforzo comune, Pepe cominciò a cambiare. Dopo pochi mesi, i rapporti tra me e lui divennero di buona convivenza e niente più”.
Cosa pensa però della città del Pepe bis?
“Preferisco che a emettere il giudizio siano i cittadini. Io posso solo dire che da Ministro della Giustizia ho cercato di portare la Scuola di Magistratura a Benevento e c’ero quasi riuscito; ora quel  progetto è difficile da recuperare. Per non parlare di Iside Nova che comunque creava un indotto, metteva in moto le forze produttive della città e non solo. Ci sono commercianti che vivono momenti di grande difficoltà e ora sanno chi ringraziare. Ecco: la guerra nei miei confronti, che in certi ambienti politici e giudiziari continua ancora, ha portato a una caduta di tensione sulla città”.
Ieri l’altro la notizia del rinvio a giudizio nel processo Zamparini. Abbiamo letto il suo rammarico per la decisione assunta dal giudice. Vuole aggiungere altro?
“Guardi, non posso che ripetere che i fatti alla base di questa inchiesta non sussistono. Come ho già detto, non ho mai incontrato Della Valle o Zamparini, non ho mai chiesto, né ottenuto danaro da quest’ultimo. Nei miei 50 anni di carriera politica non ho mai percepito soldi da chicchessia, ho sempre operato nel segno della legalità. Dimostrerò che c’è stato un modo di investigare che ha distinto tra figli e figliastri”.
Qualcun altro, tanti anni fa, agitò in Parlamento il fumus persecutionis. Anche lei si sente perseguitato da una “certa magistratura”?
“Nelle piccole province, per la magistratura, è ancora più complicato approdare a un giudizio sereno, scevro da pregiudizi. In questi giorni mi torna spesso in mente il racconto di un caro amico magistrato, mio consulente al ministero di Grazia e Giustizia: pare che il ‘professore’ Raffaele Cutolo al giudice che lo incalzava  rispondesse “dotto’, è l’innocente che si deve preoccupare della difesa, non certo io”.
A parte le difficoltà della difesa, al giudice avrei chiesto una giustizia più umana. Lo dico con il sorriso sulle labbra e con pacatezza, questo rinvio a giudizio sarebbe potuto arrivare anche dopo Natale. Mi sorprende sempre certa tempistica. Sembra che certe notificazioni siano fatte quasi a dispetto. Ma resto sereno, amareggiato, ma sereno”.

Ultima modifica Martedì 27 Dicembre 2011 16:46