SANTA CROCE DEL SANNIO - “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. In tale modo vengono definite le finalità del Giorno della Memoria dal testo dell’articolo 1 della Legge numero 211 del 20 luglio 2000, istitutiva di tale ricorrenza.
Nelle parole del testo normativo elaborato dal Parlamento rivive, fra gli altri, anche il ricordo di migliaia di uomini santacrocesi arruolati quali soldati nella seconda guerra mondiale, di quelli morti, dispersi, resi prigionieri, o che hanno avuto la fortuna di poter fare ritorno a casa propria.
Dopo l’8 settembre 1943, infatti, più di 800.000 italiani (civili e militari) furono fatti prigionieri e deportati nei campi di concentramento tedeschi dislocati nei territori del Terzo Reich. Un gran numero di questi vi trovò la morte dopo atroci sofferenze, a causa del loro pensiero o per la divisa che indossavano.
Al termine della guerra, molti di quelli che non sopravvissero alle vessazioni inferte furono sepolti sul suolo tedesco, austriaco e polacco.
Nell’immediato dopoguerra, a causa delle enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, per la maggior parte quei ragazzi vennero dati per dispersi. Questa storia, purtroppo, ha toccato anche numerose famiglie di Santa Croce del Sannio.
Di seguito la testimonianza di due soldati santacrocesi che vissero, come molti loro compaesani, l’esperienza della prigionia sulla propria pelle.
Il primo è nativo del 1923, e dichiara: “Quando mi catturarono, perché ero un soldato italiano e l’Italia aveva voltato le spalle alla Germania firmando l’Armistizio, i Tedeschi mi proposero di cambiare schieramento combattendo la guerra accanto a loro. Naturalmente rifiutai. Dunque, restai nel campo. La prima cosa che vidi appena, da prigioniero, venni introdotto all’interno del campo tedesco di Landolf (e che oggi ricordo ancora con chiarezza) furono quattro mitragliatrici posizionate ai quattro angoli del campo. Queste servivano a tenere a bada i detenuti, e ad imporre loro di osservare il silenzio. Dopo i primi quattro mesi di prigionia le condizioni di stento in cui vivevano i detenuti, la scarsa alimentazione e la durezza dei lavori forzati, cui essi venivano sottoposti, determinarono la morte della maggioranza di loro: da 900, il numero dei prigionieri nel campo, dove anche io mi trovavo, scese a 450. I Tedeschi si comportavano male. I disobbedienti venivano presi a botte. La vita nel campo iniziava presto, verso le sei del mattino, quando il cielo era ancora buio e noi detenuti venivamo condotti nei siti di lavoro. Alcuni dovevano lavorare nelle miniere, altri, come nel mio caso, a cielo aperto. Noi prigionieri al campo lavoravamo a 19 gradi sotto zero, camminavamo con scarpe fatte di legno, mangiavamo poco. Il solo pensare a questi ricordi mi crea nervosismo ancora oggi, e mi fa venire la pelle d’oca; soprattutto se penso alla mancanza di cibo e a un episodio particolarmente brutto. Infatti, durante i lavori che dovevamo svolgere, a volte, noi prigionieri prendevamo l’elemosina di qualcuno e, quando il comandante lo seppe, ci minacciò. Per questo, iniziammo a procurarci qualcosa da mangiare di nascosto. Per fame e pur di mangiare, prendevamo le bucce di patate buttate nella merda di cavallo; e dovevamo pure farlo in gran segreto, altrimenti saremmo stati picchiati, anche perché si trattava di sporcizia e ci saremmo potuti ammalare. I giorni peggiori erano quelli di festa; in particolare a Natale e a Pasqua sembrava che i Tedeschi lo facessero apposta a non farci mangiare, come per punirci, sempre a causa di quell’Armistizio”.
La seconda testimonianza è di un soldato santacrocese nativo del 1921, che riferisce: “Vissi tre mesi di prigionia in Russia perché fui catturato una volta che i Tedeschi persero la guerra. Per la mancanza di cibo e per il freddo, mi caddero presto tutti i denti. Dormivo per terra. Mi lavavano nell’acqua gelida o mi bastonavano il fondo schiena (ad esempio, se cadevo) in caso di punizione, e indossavo scarpe di legno per camminare sulle nevi. Il periodo in Russia fu terribile; là, mi tolsero pure i panni di dosso lasciandomi nudo”.
Questi sopra riferiti, due semplici frammenti di una immensa e contorta storia locale e nazionale, in quanto il passato vive sempre purché anche uno solo lo ricordi. Il concetto della importanza del ricordo è stato altresì spiegato agli alunni delle classi IV e V, dalle insegnanti della scuola elementare del paese. In occasione del Giorno della Memoria, gli stessi alunni hanno osservato in aula cinque minuti di silenzio ed hanno condotto ricerche telematiche e svolto letture e riflessioni sul tema della Shoah, della deportazione nei campi di concentramento, della guerra; manifestando tutti grande interesse, serietà e rispetto verso gli argomenti affrontati.
- Le testimonianze di due prigionieri
- L’impegno della scuola elementare per inculcare il valore del ricordo
Omaggio alla Giornata della Memoria
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